Come eravamo

A un anno dalla scomparsa di Gianfranco Bianco, ecco il mio ricordo.
Era il 1984. La redazione piemontese della RAI aveva da poco subito la perdita dolorosa del giornalista sportivo Andrea Boscione. Al suo posto doveva entrare Gianfranco Bianco, che si era formato nella stampa cattolica, aveva lavorato per la Gazzetta del Popolo, e collaborava mandando notizie dalla provincia di Cuneo. Ma nella RAI di quegli anni la lottizzazione aveva le sue leggi, e toccò a me, che arrivavo dall’Unità di Torino, ed ero finito in cassa integrazione per la prima delle tante crisi che avrebbero colpito il giornale.
Così Gianfranco dovette aspettare qualche mese, il tempo necessario perché le caselle delle assunzioni trovassero una sistemazione gradita a tutti, prima di approdare in redazione  insieme a Nino Battaglia, che apparteneva all’area socialista. Gli equilibri erano salvi, e da quel momento, per molti anni, sarebbero stati rispettati.
Tutti e tre eravamo cresciuti in cronaca, consumando la suola delle scarpe tra morti ammazzati, manifestazioni di piazza, incidenti stradali e consigli comunali. Però non avevamo esperienza di radio e di televisione, e il caporedattore di allora, Federico Scianò, ci affidò alle cure di Guido Leoni, che si occupava del Gazzettino del Piemonte, lo storico e molto seguito appuntamento radiofonico di metà giornata.
Guido era un formidabile uomo macchina, non gli sfuggiva nulla e non tollerava le sciatterie. Si avvicinava alle nostre scrivanie con i fogli di carta carbone su cui i dimafonisti della redazione avevano trascritto le notizie dettate al telefono da corrispondenti e informatori. Accanto a ogni notizia c’era il numero di righe che ci aveva assegnato. Dovevano essere proprio quelle, non una di meno, non una di più, e non erano ammessi errori, neppure quelli di battitura, perché secondo Leoni avrebbero potuto creare difficoltà agli annunciatori che le leggevano in onda.
A volte potevamo trasformare quelle notizie in un servizio in voce, registrato prima della messa in onda del Gazzettino o dei giornali radio nazionali della fascia serale, che a metà pomeriggio ci telefonavano per chiedere qualche contributo. Chi afferrava per primo  la cornetta si aggiudicava il pezzo, e Gianfranco era quasi sempre il più veloce.
Avremmo dovuto aspettare oltre un anno prima che Leoni approvasse la rivoluzionaria novità dei giornalisti conduttori. Fui il primo e ancora ricordo l’emozione della diretta, ma il più entusiasta e il più efficace davanti al microfono era Gianfranco, che continuò ad andare in onda anche quando l’età e il grado gli avrebbero consentito di lasciare ad altri l’incombenza di alzarsi alle cinque del mattino per le edizioni radiofoniche che nel frattempo si erano aggiunte.
Il telegiornale di quei tempi andava in onda alle 19.30, con una replica registrata attorno a mezzanotte. Aveva una redazione sua, che comprendeva la vecchia guardia entrata in RAI prima del 1980, quando furono varati i telegiornali regionali, e il gruppo di quelli assunti per l’occasione. Noi eravamo i nuovi venuti, e la radio ci andava stretta.  Come tutti i giovani, eravamo ambiziosi e volevamo farci strada. Non era facile. Leoni ci considerava a sua disposizione e faceva di tutto per impedirci di lavorare per la televisione, inventandosi improbabili servizi radiofonici da realizzare in esterni, con un registratore portatile, quando sospettava che il telegiornale avesse bisogno di noi.  I colleghi più anziani difendevano con le unghie e con i denti il loro ruolo, soprattutto quando arrivavano richieste dai nazionali. Ma in qualche modo, proposta dopo proposta, servizio dopo servizio, trovammo il nostro spazio.
Gianfranco era il più attivo. Non aveva orari, saltava i turni di riposo, rinunciava alle ferie ed era sempre pronto a partire per qualsiasi destinazione. Preferiva ovviamente la provincia di Cuneo, dove non c’era porta che non gli si aprisse. Ma in brevissimo tempo seppe crearsi una fitta rete di rapporti in tutto il Piemonte. Nella sua agenda, accanto alle fonti tradizionali di ogni buon cronista, c’erano i numeri di telefono di tanta gente semplice, incontrata anche soltanto una volta in occasione di una sagra di paese. Aveva una straordinaria capacità di rendersi simpatico e di  entrare in sintonia le persone.
A volte la sua voglia di fare creava tensioni in redazione, dove non tutti ne apprezzavano l’attivismo. Ricordo epiche risse, quando si appropriava di servizi ai quali altri aspiravano. Feci le mie rimostranze perché aveva dato ai GR nazionali una notizia trovata da me, ovviamente senza dirmelo. E lui candidamente mi spiegò che io avevo tante cose importanti di cui occuparmi, compresa mia moglie e le mie figlie, mentre lui, scapolo e solitario,  “aveva soltanto quello”. Non mi convinse, ma lo capii. E lo perdonai, perché alle mie bambine voleva bene davvero, si faceva sempre raccontare dei loro progressi nella scuola e nella vita, e ha continuato a chiedermi notizie anche negli ultimi tempi, quando andavo a trovarlo in ospedale, fiaccato dalla malattia. Non siamo più riusciti a vederci tutti insieme, come qualche volta capitava, e lui affascinava la famiglia con i suoi coloriti racconti.
Ripensare a Gianfranco, a un anno dalla sua morte, vuol dire ripensare alla storia migliore della redazione piemontese della RAI. Non ai nostri difetti, non ai guasti provocati dalle ingerenze della politica, non agli errori di alcune scelte editoriali decise nei palazzi romani, che consideravano e ancora considerano l’informazione locale come un prodotto giornalistico minore, una fastidiosa necessità da assolvere in modo frettoloso e senza investirci troppe risorse.  Lui invece ci credeva, e ha dedicato tutte le sue energie a raccontare il Piemonte ai piemontesi e al resto d’Italia, nei telegiornali e nelle cronache del concerto di Ferragosto e del Palio di Asti, che ha lasciato in eredità a chi è venuto dopo di noi.
Gianfranco parlava il linguaggio della gente comune, senza far pesare le tante letture e la solida cultura che si era costruito al liceo e all’università, dopo aver superato grandi difficoltà per la perdita prematura dei genitori. Aveva gli stessi entusiasmi, gli stessi sentimenti, le stesse preoccupazioni di chi lo ascoltava. In pochi anni, quando fummo entrambi promossi alla conduzione del telegiornale, seppe costruire con gli spettatori un rapporto unico e speciale, diventando il volto del servizio pubblico in Piemonte.  Alcuni di noi erano più controllati, altri avevano voci più impostate, altri erano più eleganti. Ma lui, e soltanto lui,  era “quello del telegiornale”.
Eravamo entrambi piccoli, senza troppi capelli, occhialuti e con la barba. Mi è capitato spesso di essere fermato per la strada da persone che mi scambiavano per Gianfranco. Non credo che sia mai accaduto il contrario.

Non affondare con Renzi

Nelle prime dichiarazioni dopo il voto amministrativo aveva fatto finta di nulla e si era addirittura spinto a cantare vittoria. Adesso perfino Renzi ammette che qualcosa è andato storto, ma fa dire ai suoi amici che si trattava soltanto di un voto locale e rilancia: la sconfitta, se sconfitta c’è stata, è tutta colpa degli altri: di chi non ha voluto seguirlo sulla strada del rinnovamento, di chi non l’ha capito, dei magistrati che complottano contro di lui, dei giornali che lo hanno attaccato sul caso Consip, e via recriminando, come è tipico di ogni buon cacciaballe quando viene colto in castagna. Un copione già visto dopo il disastro referendario, che è molto lontano da una qualsiasi analisi politica e può forse servire per chiamare a raccolta le truppe rimaste fedeli, ma non è sicuramente utile per recuperare consensi e voti. Anzi, rischia di farne perdere molti altri.
Ma Renzi è fatto così. Una persona che ha venduto fumo e illusioni per tutta la sua carriera politica non può cambiare all’improvviso, riconoscere i propri errori, e meno che mai rivedere le scelte fatte per tentare strade nuove. Uno come lui o lo si prende o lo si lascia. E se è umanamente comprensibile che Renzi non abbia la minima intenzione di farsi da parte, diventa davvero difficile capire i motivi che qualche mese fa hanno spinto il suo partito a decidere a larga maggioranza di tenerselo, e di affondare con lui.
I tentativi di spiegazione non sono mancati. Dall’interno del PD si è detto ad esempio che Renzi, nonostante i molti errori e la cialtroneria di alcuni atteggiamenti, resta  la migliore carta che il partito può giocare  sul piatto elettorale, perché è portatore di un messaggio riconoscibile di rinnovamento e di innovazione. Questo però non spiega perché  il presunto portatore di questo messaggio, quasi certamente consigliato dai suoi esperti di comunicazione, abbia pensato bene di non partecipare all’ ultima campagna elettorale del suo partito, limitando al minimo le apparizioni pubbliche e le dichiarazioni di voto. E perché abbiano fatto le stessa scelta anche molte delle persone a lui più vicine come Maria Elena Boschi.
Altri hanno sottolineato le trasformazioni in corso nel PD, sempre meno partito nel senso tradizionale del termine e sempre più macchina di potere  dove  le idee contano meno delle cordate e degli accordi sottobanco che determinano le carriere dei singoli. In questo quadro – è stato detto – qualche incidente di percorso è accettabile, ma soltanto fino a quando non viene seriamente rimessa in discussione la centralità del partito nel quadro nazionale e locale. La domanda fondamentale  è se il PD renziano abbia raggiunto il punto di non ritorno, o stia per farlo. Ma al momento la maggioranza dell’apparato parrebbe convinta che quel punto non sia ancora stato raggiunto, e sarebbe convinta che la gestione renziana del partito sia ancora in grado di garantire gli equilibri. Chi la pensava diversamente, del resto, se ne è già andato.
Una terza e forse più convincente spiegazione guarda alle scelte politiche di fondo del PD in questi ultimi anni. Non tutte disprezzabili, se pensiamo ad esempio al settore dei diritti civili o alla gestione dell’emergenza migratoria. Ma dal più grande partito del centro sinistra italiano non sono mai venute indicazioni credibili per superare la crisi di sistema in cui si dibatte l’Europa, e le scelte fatte, ad esempio sul sistema pensionistico e il  Jobs Act, non hanno mai rimesso seriamente in discussione i principi neoliberisti  che ci hanno portato al punto in cui siamo. A pagare  il prezzo di queste politiche fallimentari sono soprattutto le giovani generazioni, che devono fare i conti con tassi record di disoccupazione, salari bassissimi e un futuro senza pensioni e con un welfare depotenziato. Dunque non ci si può stupire se tutte le analisi indicano una disaffezione diffusa e uno spostamento in massa delle nuove generazioni verso offerte politiche diverse da quella del PD, considerato come un baluardo del vecchio sistema.  Una opinione che alcune recenti decisioni del  governo Gentiloni sembrano far di tutto per rafforzare. Come giudicare diversamente il vergognoso salvataggio delle banche venete, regalate dal governo a Intesa San Paolo dopo avere scaricato i costi della loro cattiva gestione sulla collettività?
Il paese ha ampiamente dimostrato di non poterne più di Renzi, dei suoi tweet  e delle sue battutine sarcastiche.  Sarebbe forse disponibile a dare fiducia a un PD che  prendesse le distanze dal suo segretario e scegliesse risolutamente un modo nuovo  di fare politica, capace di dare risposte concrete ai problemi del paese reale, così lontano da quello immaginario dei talk show. Ma al momento non sembrano esserci dentro il partito persone in grado di guidare la trasformazione. E i contrasti che agitano il variegato universo della sinistra non PD non promettono nulla di buono. Questa, però,  è un’altra storia.

Dopo il Lingotto

Facciano un po’ quello che vogliono, tanto non li voto più. Questo è l’unico commento che mi viene in mente dopo la kermesse renziana del Lingotto, e credo che a pensarla così siano in tanti. Però bisogna sempre cercare di capire le ragioni altrui, anche quando risultano oscure. E dunque sembra lecito interrogarsi sui motivi  che possono spingere un militante del  PD a sostenere la candidatura di Renzi alla segreteria.
Certo non per i risultati ottenuti, a parte quel quaranta per cento raggiunto nel 2014 nelle elezioni europee, che venne sulla spinta dell’entusiasmo e dopo l’elargizione dei famosi ottanta euro in busta paga a una fetta dell’elettorato. Ma nel frattempo l’entusiasmo è scemato, e una parte di quell’elettorato sarà costretta a restituire i soldi a causa di un incredibile pasticcio burocratico. Da allora la gestione pigliatutto di Renzi, premier e segretario di partito, è stato un susseguirsi di disastri. E’ stato un fallimento il Jobs Act, con i voucher che in questi giorni il governo Gentiloni sta cercando di riformare, e soprattutto con gli impietosi dati che arrivano dal mondo del lavoro e della produzione industriale. Ha fatto arrabbiare tutti  la buona scuola, anche in questo caso in corso di revisione ad opera del ministro Fedeli, che non sarà laureata, però a differenza di chi l’ha preceduta, capisce la necessità del dialogo con le parti sociali. La pressione fiscale non si è ridotta, ma in compenso è salito il  debito pubblico, come periodicamente ci ricorda l’Europa. La madre di tutte le riforme, quella costituzionale, è stata sepolta da una schiacciante maggioranza di no. E perfino il partito è in stato comatoso, con le sezioni che chiudono, i militanti che non rinnovano la tessera, e l’Unità sull’orlo del fallimento.
Ciononostante Renzi continua ad avere la fiducia di molti. Si saprà se saranno sufficienti per restituirgli il controllo del partito soltanto il 30 aprile, perché le primarie indette per quel giorno non hanno affatto un esito scontato. Ma se anche lo fossero, desta qualche perplessità l’argomentazione che si sente spesso ripetere da chi lo sostiene. Dire che “Renzi è pieno di difetti ma non ci sono alternative” non serve a costruire una politica nuova, capace di attrarre gli elettori del centro sinistra delusi da quanto è accaduto. Può tuttalpiù giustificare una scelta di campo dove le idee contano meno delle  motivazioni personali e di convenienza.
E qui si arriva alla radice del problema. Renzi aveva conquistato la guida del PD, e in seguito del governo, forte del sostegno che gli era venuto da chi, dentro e fuori il partito, non ne poteva più del vecchio modo di fare politica, e sperava che all’efficace slogan della rottamazione sarebbero seguiti fatti concreti, scelte coraggiose, e un vero rinnovamento. Così non è stato. In molti casi i rottamatori si sono dimostrati peggiori dei rottamati, e sono bastati pochi mesi per capire che la parlantina sciolta del leader nascondeva una preoccupante assenza di strategia e di sostanza. Come ha dimostrato il referendum costituzionale, in pochi anni Renzi ha dilapidato lo straordinario patrimonio di speranze e di energie che lo aveva portato ai vertici del partito e dello stato. E oggi, stando ai sondaggi,  ha il sostegno della maggioranza degli eletti e degli amministratori che hanno tratto vantaggio dagli anni del suo potere, che sono migliaia, ma non quello dei suoi  elettori di riferimento, che sono milioni. Per questo potrà forse vincere le primarie, ma è molto dubbio che possa ancora essere competitivo in un confronto elettorale con i Cinque Stelle, che continuano a godere di ottima salute nonostante i problemi della giunta Raggi.
Dunque l’unica strada che resta aperta a un PD guidato da Renzi è quella di una legge elettorale che consenta dopo il voto un accordo con il centro-destra. Almeno per me, anche questo è un buon motivo per non votarlo.

Conti che non tornano

Nuova Società è una storica testata della sinistra torinese diretta da Diego Novelli, con una piccola redazione di giovani entusiasti. E’ presente online, all’indirizzo www.nuovasocieta.it, ma pubblica anche un mensile cartaceo dedicato agli approfondimenti. Sull’ultimo numero è comparsa una intervista di Andrea Doi al presidente del consiglio comunale torinese, il pentastellato  Fabio Versaci, che a mio avviso spiega i motivi del successo dei Cinque Stelle e della parallela  crisi del PD meglio di molti sofisticati commenti politici.
Nulla sapevo di Versaci prima che un avversario politico mettesse in rete un video per sbeffeggiare la sua  sintassi e le sue esitazioni in occasione della celebrazione del giorno della memoria in comune. Ricordo però di avere pensato che se non altro Auschwitz era per lui qualcosa di concreto e di importante, visto che c’era andato a 17 anni con la scuola e non se ne  era dimenticato. E avevo anche apprezzato Il fatto che avesse scelto di parlarne in prima persona, a braccio, senza farsi scrivere un discorsetto di circostanza da qualche funzionario comunale.
Nell’intervista di Nuova Società ho scoperto qualcosa di più.
Se mi devo mettere la cravatta per cambiare le cose, allora la indosso” dice sorridendo Fabio Versaci, confessando che prima l’aveva messa al collo solo due o tre volte “ai matrimoni dei miei amici”Nato nel quartiere Vanchiglia nel 1987, dall’età di dieci anni vive ad Aurora. Due realtà popolari che gli sono rimaste nel cuore. Secondo di tre fratelli, perito chimico, diplomato al “Casale”, dove era anche rappresentante d’istituto, ha fatto tanti lavori: grafico, muratore, elettricista. Padre e madre operai. Ed è proprio questo contesto familiare che fa schierare Fabio Versaci dalla parte degli ultimi.
Come? Votando per i radicali, poi per Rifondazione Comunista, poi per  l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, nella convinzione che fosse l’unico modo per mandare a casa Berlusconi. Infine, nel 2009,  l’incontro con i Cinque Stelle, e due anni dopo l’elezione nel consiglio di circoscrizione Aurora, Vanchiglia e Vanchiglietta. Cito ancora dalla intervista di Doi. “Ho sempre vissuto qui, la vita popolare del borgo. Mi ricordo quando ero bambino e andavo con mia madre al mercato e alla latteria. Tutti ci conoscevano e si viveva la comunità. Aurora a fine anni ’90 era un quartiere difficile, c’era soprattutto microcriminalità. Però adesso la situazione è migliorata. Io vivo lì da vent’anni, e qualcosa è cambiato”.
Insomma, una storia operaia come tante. Una storia che in passato ormai lontano avrebbe avuto un esito quasi scontato di militanza nel vecchio PCI o nella vecchia DC, con i dibattiti nelle sezioni, il volontariato nelle feste di partito, i volantinaggi, i banchetti per la raccolta delle firme. Attività che da anni, nel partito erede di quelle tradizioni, non esistono quasi più, e quando esistono sono considerate semplice folklore, tempo sottratto alla “vera” politica fatta negli uffici degli assessorati.
Invece Versaci continua a crederci, e continua a credere che la politica sia fatta anche di gesti simbolici. “La politica per me si fa tutti i giorni, da quando uno si sveglia al mattino a quando va a letto. Mi alzo, esco di casa, prendo la bicicletta e vado in comune. Anche quella della bici è una scelta politica. E’ dal 2009, da quando sono entrato nel movimento, che non uso più l’automobile”.
Quasi inevitabile, dunque, che abbia trovato altrove la sua strada. “Il nostro – spiega nell’intervista – è un movimento che ha permesso a persone come me di diventare presidente del consiglio comunale di Torino. E’ riuscito a fare ricoprire dei ruoli istituzionali a donne e uomini che sono partiti dal basso. Io ho avuto cinquecento voti e per la mia campagna elettorale ho speso novantasette euro per volantini e biglietti da visita. All’opposizione in sala rossa c’e’ chi ha preso migliaia di voti, ma ha speso anche trentamila euro”.
L’intervista di Doi affronta anche altri temi: il ruolo istituzionale di Versaci, la scelta No Tav, Grillo e Casaleggio, le difficoltà della giunta Appendino, le alleanze internazionali del partito, i rapporti non sempre facili con il mondo dell’informazione. Molte delle risposte non convincono. A volte  sono ingenue, spesso si limitano a riproporre le argomentazioni propagandistiche dei blog del movimento. Anche in questo, peraltro, chi è abbastanza anziano non può fare a meno di vedere qualche affinità con alcuni militanti del vecchio PCI che, partendo dalla gavetta delle sezioni, arrivarono a ricoprire ruoli importanti nel partito, nel sindacato e nelle istituzioni. Alle loro spalle quegli uomini avevano una nobile tradizione, un partito strutturato, e riferimenti culturali ben più solidi delle esternazioni di un comico prestato alla politica. Tutte cose che oggi non esistono più. Superate dalla storia, potrebbe obiettare qualcuno, ma la passione politica e la voglia di cambiamento non si rottamano.  Invece si è preferito dimenticarle, nella convinzione che potessero essere sostituite dal miraggio di una poltrona in giunta. 
Prima o poi qualcuno si accorgerà di avere fatto male i suoi conti.

Dal buco della serratura

Virginia Raggi avrebbe potuto scegliere collaboratori migliori e meno compromessi con il verminaio che ha ridotto Roma nelle attuali condizioni. Che non l’abbia fatto, nel migliore dei casi per inesperienza, nel peggiore perché costretta dai suoi precedenti e mai chiariti legami con quel mondo, è  grave.
Detto questo, lascia un po’ perplesso il comportamento della magistratura romana, che l’ha sottoposta a un serrato interrogatorio di otto ore mentre in altre occasioni si era dimostrata meno determinata, tanto da meritarsi l’appellativo di “porto delle nebbie” per le troppe inchieste incagliate nei suoi uffici.
Vedremo nei prossimi giorni a che cosa approderanno le indagini, e soltanto allora si potrà esprimere un giudizio sull’accaduto, che comprende anche l’incresciosa anomalia di una fuga di notizie a interrogatorio in corso. Fin d’ora invece è possibile un giudizio sul comportamento di molti giornali e le televisioni italiane, che nei confronti della Raggi hanno dimostrato un accanimento mai visto in precedenza per vicende di portata analoga o peggiore. In fin dei conti si sta parlando soltanto delle possibili irregolarità nella nomina di alcuni dirigenti della amministrazione comunale romana.
Emblematico da questo punto di vista l’ultimo caso, che riguarda le dichiarazioni dell’assessore all’urbanistica Paolo Berdini pubblicate in prima pagina dal quotidiano La Stampa. Presentato come una intervista in esclusiva, l’articolo riportava i pesanti giudizi espressi da Berdini nei confronti di Virginia Raggi, definita strutturalmente impreparata, del suo entourage, descritto come una corte dei miracoli che le dà consigli sbagliati, e degli inquirenti.
Berdini, in forte difficoltà con il sindaco dopo la pubblicazione dell’intervista, non ha smentito le frasi, ma ha dichiarato di non avere mai concesso l’intervista, sostenendo che il giornalista della Stampa avrebbe costruito una finta intervista estrapolando  alcune delle frasi da lui pronunciate nel corso di una conversazione privata tra amici a margine di una conferenza.
A sua volta, la Stampa ha difeso l’operato del suo giornalista  pubblicando l’audio della conversazione. Eccolo.
Le frasi, dunque, sono state effettivamente pronunciate. Ma basta questo per considerare buon giornalismo l’articolo della Stampa? Apparentemente sì, visto che in queste ore, per effetto dell’articolo, si sta discutendo della possibile  sostituzione di Berdini in giunta. Nella sostanza, però, è lecito qualche dubbio. Come sa chiunque abbia un minimo di dimestichezza nelle cronache politiche, un conto è quello che viene detto in un contesto privato, dove il tono può essere scherzoso, goliardico e a volte velenoso, un altro conto è quello che effettivamente si dice e si fa. Berdini era con persone che riteneva amiche, non sapeva di essere registrato, ed è stato  addirittura provocato dalle domande del giornalista, di cui evidentemente si fidava. E’ stato ingenuo nel parlare a ruota libera, però ha ragione da vendere quando sostiene di non aver rilasciato alcuna intervista, e di essere stato vittima di un agguato mediatico.
Ci sono diversi modi di interpretare il giornalismo. Chi pensa di costruirsi una carriera praticandolo attraverso il buco della serratura può ottenere qualche vantaggio immediato, ma rischia di non andare lontano. E il giornale che accetta di pubblicare articoli costruiti con questi sistemi dimostra di essere disposto a tutto pur raggiungere i suoi scopi. Che però andrebbero dichiarati. Non sempre il fine giustifica i mezzi.

Gli insulti non servono

Se fossi stato americano  avrei votato Hillary Clinton. Non troppo contento, perché avrei preferito Bernie Sanders, e un po’ preoccupato dalla chiara propensione della signora a risolvere i problemi di politica estera usando i bombardieri. Ma dall’altra parte c’era Donald Trump, e dunque la scelta, almeno per me, era obbligata.
Tuttavia penso che l’accanimento nei confronti dei limiti caratteriali di Trump mostrato in questi giorni dalla stampa – quella stessa stampa che in campagna elettorale considerava l’elezione della Clinton una semplice formalità – sia quantomeno controproducente.
Bisogna accettare il fatto che la destra americana è tornata al governo per restarci. Rozzezza e folklore a parte, Trump viene da lì, ha vinto le elezioni con un programma chiaro e si sta organizzando per realizzarlo. Durante la campagna elettorale ha fatto di tutto per presentarsi come un candidato anti-sistema, ed è su questa base che ha preso i voti di un elettorato non raggiungibile in altro modo. Non è detto però che gli convenga  persistere in questo atteggiamento.
Per molti versi Trump è simile ad altri presidenti repubblicani, come Reagan e i Bush padre e figlio. Anche lui vuole fermare l’immigrazione clandestina erigendo nuovi muri,  estrarre petrolio senza preoccuparsi dell’ambiente e impedire gli aborti. Anche lui sta scegliendo i suoi uomini all’interno dell’establishment politico-militare. Ma è anche convinto che gli affari vengano prima di ogni altra cosa e sembra meno disposto dei suoi predecessori a intervenire nelle faccende altrui minacciando guerre e a volte facendole. Due aspetti che meriterebbero più attenzione, almeno in questa Europa alla affannosa ricerca di una comune identità e fortemente interessata al mantenimento di buone relazioni con Putin e il suo gas.
Resta, ovviamente,  il fastidio per l’uomo e per quello che rappresenta. Ma le solide maggioranze conquistate dai repubblicani alla camera e al senato dimostrano che in politica nulla accade per caso, e che la vittoria di Trump non è stata un incidente di percorso.
La crisi dei democratici aveva radici profonde, che soltanto il fascino personale di Barack Obama era riuscito a tenere in parte nascoste. Ora gli sconfitti si stracciano le vesti per la pessima scelta di candidare Hillary Clinton, gridano al disastro imminente e affollano le strade con grandi manifestazioni di protesta. Reazioni comprensibili e purtroppo inutili se non saranno seguite da una profonda riflessione  sulle cause della sconfitta. 
Serviranno calma, tempo e idee nuove. Come peraltro dimostra la storia.
Quando diventò presidente George Bush Junior aveva alle spalle la macchina elettorale di famiglia e l’apparato del partito, ma non era poi così  diverso da Trump. Veniva da una famiglia di petrolieri coinvolta in numerosi affari poco chiari,  aveva un passato di alcolizzato da cui  era uscito dopo  una crisi mistico-religiosa che gli aveva lasciato in eredità una visione del mondo a dir poco manichea, non era né intelligente né colto.  Ma attorno a lui si è coagulato un ramificato sistema di potere e, sia pure con qualche aiutino della corte suprema al momento della rielezione, per otto lunghi anni ha avuto nelle sue mani il destino degli Stati Uniti e del mondo.
C’e’ da sperare che Trump non vada oltre  i primi quattro. Ma per fermarlo non basteranno gli insulti.

Scienza e democrazia

La scienza non è democratica. Parola di Roberto Burioni, l’eminente virologo diventato una star del web grazie alla sua battaglia in difesa dei vaccini, che si è stufato delle centinaia di sciocchezze postate sulla sua pagina Facebook da chi invece li considera causa di tutti i mali. Per questo Burioni ha chiuso la possibilità di commentare i post, e ha spiegato di non avere alcuna voglia di discutere di scienza con gente che non sa di che cosa parla:  i dati scientifici non sono sottoposti a validazione elettorale: se anche il 99% del mondo votasse dicendo che due più due fa cinque, ancora continuerebbe a fare quattro. Poi ognuno è libero di dimostrare che non è vero; ma fino a quando non l’ha dimostrato, due più due fa quattro anche se molti non sono d’accordo. La scienza non va a maggioranza”.
Sull’utilità dei vaccini siamo completamente d’accordo con lui, ma l’assunto iniziale si presta a qualche riflessione più approfondita, perché il rapporto tra scienza e democrazia non si può liquidare con una semplice battuta.
Non tutti diventano scienziati, ma tutti, almeno in teoria, possono tentare di diventarlo.  Qualche dote non guasta e serve determinazione nell’affrontare un  processo di formazione lungo e complesso, insieme a un po’ di fortuna nell’incontrare le persone giuste, come dimostra il caso dei tre Nobel  Rita Levi Moltalcini, Renato Dulbecco e Salvador Luria, che erano tutti allievi dello stesso professore dell’università di Torino, Giuseppe Levi.   Ma questo non significa che la scienza non sia democratica. Anzi è una delle manifestazioni del pensiero che meglio rappresenta la democrazia ideale, che non è quella dove tutti sono eguali, ma quella dove tutti hanno gli stessi diritti, gli stessi doveri e le stesse opportunità.
Sono i  risultati ottenuti, e non altro, a stabilire chi è uno scienziato e chi non lo è. Risultati quantificabili, sottoposti al giudizio della comunità scientifica sulla base di criteri validi in tutto il mondo e pensati per essere oggettivamente verificabili.  In tutte le attività umane possono esserci errori e ingiustizie, ma in linea generale nella scienza prevale il merito, come dovrebbe accadere sempre in una democrazia perfettamente funzionante.  I risultati della scienza sono tangibili, i vantaggi che ne derivano evidenti. E di questo dovrebbe essere consapevoli perfino i crociati anti-vaccini. In fondo, che ne sarebbe delle loro follie se qualcuno non li avesse messi in condizioni di diffonderle inventando i computer e il web?
Certo, una democrazia compiuta si esprime nel momento del voto, e ha ragione Burioni quando dice che non è il voto popolare a determinare la validità di una ricerca. Ma è anche  vero che la democrazia non si esaurisce, o meglio non dovrebbe esaurirsi, nel semplice atto del votare. Altrettanto importanti sono la condivisione dei principi, la coesione sociale, le pari opportunità di partenza, il superamento dei condizionamenti e dei pregiudizi, l’abolizione degli steccati.
Oggi la scienza è più avanti del resto della società nel perseguimento di questi obiettivi, e sente forte la tentazione di arroccarsi nella torre d’avorio della sua superiorità, insieme al fastidio di non vedersela riconosciuta. Il problema, però, andrebbe considerato da un altro punto di vista. Come far sì che questi obiettivi diventino prioritari per l’intero corpo sociale. Come costruire una vera democrazia, che abbia in sé gli anticorpi per combattere, insieme agli avversari dei vaccini, anche chi oggi fa scelte pericolosamente simili ai milioni di tedeschi che nel 1933 scelsero democraticamente di mandare al potere Adolf Hitler.
Questa, però,  è un’altra storia.

Elogio di Ezio Mauro

Accade, per la verità non troppo spesso, che un giornale valga il suo prezzo. Domenica scorsa Repubblica, con annesso Robinson e Espresso, costava 2,50 euro. Però ospitava una lunga intervista di Ezio Mauro a Matteo Renzi, che rappresenta probabilmente la prima espressione compiuta del pensiero dell’ex premier dopo la sconfitta referendaria, e anche una sorta di manifesto programmatico per il futuro suo e del PD di cui resta segretario.
La trovate qui e vale davvero la pena leggerla, per quello che Renzi dice e per quello che non dice. Su di lui, però, non voglio aggiungere altri commenti ai molti già comparsi e mi limito a confermare il giudizio negativo che ho espresso in altre occasioni. E’ un cacciaballe abile con le parole ma privo di strategia, che non è in grado di imparare dai suoi errori perché non li riconosce. In questo momento, poi,  è ancora più pericoloso perché accecato dal desiderio di rivincita.
Qualche riflessione in più merita a mio avviso l’intervista di Ezio Mauro, e non soltanto perché è bella, come del resto ci si poteva aspettare da un giornalista della sua statura professionale, ma anche perché è piuttosto insolita nel desolante panorama della nostra stampa quotidiana, dove imperversano le scopiazzature dalla rete, i comunicati stampa riciclati, le dichiarazioni trasformate a posteriori in dialoghi con l’aggiunta di  qualche domanda posticcia qua e là.
Premetto che non so nulla delle modalità di realizzazione dell’intervista e degli accordi che l’hanno preceduta.  Se sia avvenuta al telefono o vi sia stato un incontro,  e neppure se sia stata registrata o sia basata su appunti, come propendo a credere perché ho conosciuto Mauro quando era un giovane cronista della Gazzetta del Popolo di Torino e so come lavora.  Ma vi invito a leggere le sue domande. Nella loro brevità sono preparate, pensate e organizzate secondo un filo logico, che ha  costretto Renzi a seguirlo e a confrontarsi con le cose, anche quando per lui potevano essere scomode.  Siamo nell’ambito di una intervista a un politico, non di una inchiesta. Dunque l’intervistato ha avuto il suo spazio e ha risposto come meglio ha creduto. Ma c’è anche l’elemento essenziale che distingue una intervista da un servizio reso al potente di turno, e cioè quel contradditorio che nasce dalla naturale concatenazione di un discorso, quando il dialogo avviene non avviene tra servi e padroni, ma tra eguali. 
Non sono un ingenuo. Mi è ben chiaro il ruolo che ha nella proprietà di Repubblica la “tessera numero uno del PD” Carlo De Benedetti, e non mi scandalizzo per le prese di posizione filo-renziane del giornale, anche se a volte mi infastidiscono. Dunque non mi stupisco che Matteo Renzi abbia scelto proprio la platea di questo giornale per il primo vero manifesto politico del suo ritorno in campo. Ezio Mauro ha avuto però l’indubbio merito di aver dato ai suoi lettori tutti gli elementi per giudicare l’operato e le intenzioni dell’ intervistato. Ha servito loro e non lui, come dovrebbe essere sempre nel giornalismo, e come purtroppo non sempre accade. 

Copia e incolla

Frase davvero infelice, quella del ministro del lavoro Giuliano Poletti sui giovani italiani all’estero che “in alcuni casi è meglio non avere tra i piedi”. Ma anche il figlio Manuel, giornalista professionista,  non scherza. Stando a un articolo dell’Huffington Post, infatti, nel corso della sua carriera sarebbe stato beccato più di una volta a copiare articoli di colleghi. E perfino nell’editoriale di presentazione del suo nuovo giornale – quello abbondantemente finanziato con fondi pubblici –  sarebbe stato così affascinato da un articolo dell’allora  direttore di Repubblica Ezio Mauro da riportarne una intera frase dimenticandosi le virgolette.
Un artista del copia e incolla, come pare venga soprannominato dai suoi detrattori. Un po’ sfortunato, perché se ne sarebbero accorti in pochi se l’infortunio del padre non lo avesse gettato sotto i riflettori. Nulla di paragonabile, comunque, al campione indiscusso della categoria, un vero fuoriclasse, riconosciuto come tale all’estero, ma non Italia, dove continua a imperversare con libri, commenti e comparsate televisive, e viene preso terribilmente sul serio: Roberto Saviano.  Che poche settimane fa è stato definitivamente condannato da un tribunale napoletano  a pagare seimila euro perché alcune parti di Gomorra erano copiate di sana pianta dalle cronache di alcuni giornali locali.
In questa vicenda giudiziaria, che si trascinava da anni ed era assai complicata, anche i suoi avversari sono stati condannati a un risarcimento.  Tanto è bastato al giornale che pubblica molti degli interventi di Saviano per presentare la sentenza come una sua vittoria. Perfino i suoi più appassionati sostenitori, però,  hanno avuto qualche difficoltà a ribattere alla circostanziata inchiesta che Michael Moynihan ha pubblicato nel 2015 su The Daily Beast in occasione dell’uscita di “Zero Zero Zero”, il libro di Saviano sul traffico internazionale di droga.
Trovate qui il testo integrale dell’articolo, in inglese, mentre il Post ha pubblicato qui una ricostruzione della vicenda arricchita anche da alcune dichiarazioni aggiuntive di Moynihan. Sono letture istruttive e vale la pena di perderci un po’ di tempo, ma il succo è questo: Zero Zero Zero contiene parti riprese integralmente da Wikipedia, si appropria senza citazioni del contenuto di  articoli di giornali russi, salvadoregni e statunitensi, “cannibalizza” un report del 2009 del comitato per la protezione dei giornalisti. Inoltre nel libro vi sarebbero interviste a persone che potrebbero non essere vere, mentre nel racconto verrebbe assegnata “una grande rilevanza storica a eventi globalmente insignificanti” e molte vicende sarebbero  “gonfiate ed esagerate”.
Moynihan è un giornalista corretto, e ha naturalmente sentito anche la campana di Saviano. Che sostiene di non avere inventato alcun personaggio, ma di avere “in  certi casi, raggruppato uno stereotipo, una figura diffusa, o diverse persone davvero esistite in un unico personaggio, così da renderne più facile la presentazione”. Più in generale,  Saviano ha descritto il suo libro come una “nonfiction novel, un genere letterario in cui eventi reali sono arricchiti da tecniche di scrittura e racconto tipiche del romanzo”.
Una operazione di per sé legittima, se dichiarata. Ma siamo proprio sicuri che i tanti lettori di Zero Zero Zero ne siano consapevoli? E che cosa deve aspettarsi chi continua a comperare i suoi libri,  legge i suoi articoli sui più disparati argomenti dell’attualità, lo ascolta in televisione? Giornalismo investigativo? Informazioni di seconda o terza mano? Opinioni? Pura e semplice narrativa?
Può darsi che Saviano abbia imparato la lezione. Il suo ultimo libro, \”La paranza dei bambini\”, è esplicitamente un\’ opera di fantasia. Nel dubbio, un po\’ per il fastidio e molto per la delusione, con lui ho chiuso. Ma a ognuno la sua risposta.

Un piano da archiviare

Carlo Verdelli è un giornalista che cita orgogliosamente tra i suoi scoop  il nudo di Martina Colombari su Sette e dice di avere  stabilito il record di vendite per un quotidiano italiano con  la Gazzetta dello Sport,  dimenticandosi però di spiegare che lo ha fatto il 10 luglio del 2006, quando l’Italia ha vinto i mondiali di calcio. Attualmente dirige l’offerta editoriale RAI. Cioè non fa nulla, visto che i direttori dei telegiornali non aspettano certo i suoi consigli per decidere che cosa mettere in pagina. Dunque ha molto tempo libero, che impiega per elaborare complesse strategie di modernizzazione, dette anche “piani”, da proporre ai vertici aziendali. Ma questi ultimi, essendo stati insediati da Renzi, sono in attesa di conoscere i loro destini e di tutto hanno voglia in questo momento tranne che di prendere decisioni affrettate e possibili fonti di  dispiacere per  i nuovi padroni. Vedremo nei prossimi giorni. Ma in ogni caso è molto probabile che il piano di Verdelli resti lettera morta almeno fino alla prossima tornata elettorale.
Una vera  fortuna, perché quanto finora è trapelato lascia francamente sconcertati. In estrema sintesi, Verdelli vorrebbe il TG2 a Milano, l’informazione in inglese sul nuovo canale Ray Italy, la fusione tra RAI News e la TGR per creare una rete capillare di corrispondenti attiva  sul territorio ventiquattro ore su ventiquattro, in grado di alimentare un flusso continuo di  notizie anche per il web, e la nascita di un nuovo telegiornale nazionale realizzato a Napoli e dedicato interamente ai problemi del Sud.  Infine, pensa a una nuova  struttura organizzativa aziendale, articolata su cinque macroregioni da cui far dipendere tutti gli apparati tecnici necessari, conservando le attuali sedi regionali perché previste dalla legge in vigore, ma svuotandole di ogni potere. 
Sulla carta parrebbe affascinante. In realtà chiunque conosca almeno un poco il complesso mondo RAI si rende conto delle tante incongruenze del progetto. Ad esempio non si capisce bene che cosa dovrebbero  gestire le macroregioni, che tra l’altro accorpano realtà diverse e lontane come il Piemonte e la Sardegna, la Sicilia e la Campania, il Lazio e la Puglia. Il personale? I mezzi? Le linee editoriali dei telegiornali? Nuovi programmi non giornalistici? E quale rapporto  dovrebbero avere le macroregioni con tutte le strutture che attualmente producono il core-business della RAI, e cioè i programmi delle reti?
Il telegiornale per il Sud ricorda un po’ troppo la defunta Cassa del Mezzogiorno per essere preso sul serio. Quanto al  trasferimento del TG2 a Milano, difficile non pensare a un contentino inserito nel piano per tacitare chi continua a sognare  un secondo polo televisivo all’ombra della Madonnina. Se ne parla da oltre trent’anni, e non se ne è mai fatto niente. Ed è  davvero difficile immaginare che la RAI decentri una parte importante della sua informazione proprio adesso, nel pieno delle fibrillazioni politiche che precedono un appuntamento elettorale di capitale importanza per il paese. 
L’unica parte del piano di Verdelli che avrebbe qualche possibilità di essere presa seriamente in considerazione è quella che riguarda l’accorpamento tra RAI News e l’informazione regionale. E’ in discussione da qualche tempo, e ha una sua logica perché potrebbe dare una spinta importante in un settore dove il servizio pubblico radiotelevisivo è praticamente inesistente: il multimediale e la presenza sul web. Oggi RAI News, nonostante l’ottima direzione di Antonio Di Bella, ha  ascolti minimali, come peraltro accade per tutti i canali all-news del mondo, visti dal grande pubblico soltanto in occasione di avvenimenti eccezionali.  Ma ha dalla sua i mezzi e le capacità di fornire notizie in modo tempestivo e continuo. La  TGR, che ha nelle sue redazioni oltre settecento giornalisti, è in grado di fornire una copertura del territorio che non ha eguali in Italia. Deve però fare i conti con una cronica carenza di mezzi, e viene considerata dai vertici aziendali una specie di Cenerentola nonostante gli ascolti molto alti dei suoi telegiornali, che occupano stabilmente i primi posti nella classifica degli  ascolti di RAI3. I presupposti per una collaborazione ci sarebbero. Dovrebbero però essere mantenute entrambe le specificità, mentre nel piano la parte del leone viene assegnata a  RAI News. 
Non ci sono molti esempi nella storia di annessioni della parte più forte ad opera di quella più debole. E non sono molti i giornalisti della informazione regionale ansiosi di incatenarsi al desk per alimentare un flusso continuo di notizie multimediali, e di passare dai grandi ascolti dell’attuale TGR a quelli minimali di Rai News. Qualunque decisione dovrebbe essere presa dopo attente valutazioni, che nel piano di Verdelli, a quanto è dato sapere, non esistono. Un motivo di più, dunque, per pensare che l’opera del direttore dell’offerta editoriale RAI resterà lettera morta. E per azzardare la previsione che tra qualche tempo la RAI potrebbe non avere più un direttore dell’offerta editoriale.