Che non siano tempi facili per il  giornalismo italiano è cosa evidente. Sono in pericolo i posti di lavoro, gli stipendi, e le pensioni. E anche sulla qualità ci sarebbe molto da dire. 
L’inquietudine appare evidente dalle discussioni tra colleghi e dalle polemiche, non prive di colpi bassi, che coinvolgono i nostri organismi di categoria. A Fiuggi, pochi giorni fa, si è ritrovato un folto gruppo di amici con l’ambizioso obiettivo di dare vita un “nuovo” movimento sindacale. Non ho  potuto dare  il mio contributo alla discussione, e, per quello che vale, lo faccio qui.

Innanzitutto una notazione di metodo. Un movimento che vede tra i suoi padri fondatori gli attuali vertici della FNSI, dell’INPGI, della Casagit e dell’Usigrai – mancavano quelli dell’Ordine, ma c’era uno dei possibili candidati alla presidenza – può essere definito “nuovo” soltanto se nel suo programma ci sono veri elementi di discontinuità con il passato. In caso contrario rischia di essere il solito, poco entusiasmante, tentativo di aggregazione in vista delle prossime scadenze elettorali. E questo è pericoloso, perché, come ha recentemente scoperto il PD, il tempo dei bravi soldatini, che andavano a votare sempre e comunque, è finito.

Incominciamo con l’Ordine. E’ un pachiderma appesantito dagli anni e da una legge che consente l’accesso a chiunque abbia scritto una breve sul più infimo dei bollettini, o anche semplicemente maneggi qualche documento vagamente assimilabile a una notizia. Tra professionisti e pubblicisti gli iscritti sono oltre 110 mila, uno ogni 550 italiani, e basterebbe questa cifra per capire che qualcosa non va. Ma ogni tentativo di riforma si scontra  con la volontà di conservazione di un apparato che ha l’unico scopo di perpetuare se stesso. Prendiamo atto che siamo rimasti uno dei pochi paesi al mondo ad avere un ordine dei giornalisti, e battiamoci con forza per la sua abolizione. E’ una proposta comprensibile, condivisa da molti colleghi e dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, e può trovare in parlamento i voti necessari.
Qualcuno dice che l’abolizione dell’Ordine potrebbe essere pericolosa per la sopravvivenza degli altri istituti di categoria. Anche in questo caso, però, l’esempio di altri paesi dove il giornalismo di qualità non ha bisogno di essere certificato dalla legge dimostra che non è vero. Si tratterebbe semplicemente di riformarli. Un intervento che in questo periodo di crisi sembra in ogni caso inevitabile, come dimostra con drammatica evidenza il caso dell’INPGI. 

Molti commentatori si sono esercitati sul tema del giornalismo che cambia, e non mi sembra il caso di aggiungermi alla schiera. Vorrei però sottolineare un aspetto di cui secondo me non si sono ancora colte tutte le implicazioni. Tra le infinite possibilità offerte dalla rete c’e’ anche quella di dare immediata visibilità a qualsiasi contenuto, senza alcun tipo di mediazione. Chiunque può dire la sua, dalle grandi istituzioni alle legioni di imbecilli su cui si è  recentemente soffermato Umberto Eco. E, se tutti possono farlo, viene meno il ruolo sociale di coloro che fino a pochi anni fa detenevano l’immenso potere di dare e togliere la parola sui giornali e in televisione. Non sono più necessari giornalisti ben pagati per confezionare pezzi con il copia e incolla, per porgere il microfono al potente di turno, o per mettere in rete immagini di gattini  o signorine discinte.  Con o senza tesserino, chi lavora in questo modo non è un collega.   

Dobbiamo per questo rinunciare alla speranza che  l’informazione conservi un valore, anche di mercato, nel futuro digitale che ci attende? Io penso di no. Ma deve essere una vera informazione, ben distinta dalla comunicazione e dalla pubblicità. Per farla servono giornalisti consapevoli e appassionati, qualità che non si imparano nelle scuole di giornalismo e nei corsi di formazione, e neppure possono essere imposte per contratto. Ma aiutano, così come aiutano l’autorevolezza che viene dalla competenza, la lealtà  nei confronti del pubblico, e la voglia di raccontare il mondo per cambiarlo, che è cosa ben diversa dalla acritica accettazione dell’esistente. 

Nelle redazioni, soprattutto tra i giovani,  cresce il disinteresse  nei confronti di un sindacato che perde iscritti  e capacità di mobilitazione.  Attendiamo ancora di sapere quali risultati abbiano ottenuto sul piano dell’occupazione i sacrifici accettati con l’ultimo contratto, chiuso tra molte difficoltà e strascichi polemici. A Fiuggi si è giustamente detto che è tempo di cambiare strada. Ma in quale direzione dobbiamo andare? Qualche anno fa abbiamo scelto di puntare sull’allargamento indiscriminato della platea degli iscritti, nella convinzione che il numero avrebbe fatto la forza. Oggi sentiamo suggestivi appelli alla solidarietà nei confronti di non meglio identificate generazioni future e  alla assoluta necessità di  rimettere in moto un mercato del lavoro che ci ostiniamo a considerare giornalistico anche se di fatto non lo è più. 
Può darsi che mi sbagli. Anzi, spero di sbagliarmi.  Ma vedo forte  il rischio di una battaglia persa in partenza, e mi chiedo se il sindacato non farebbe meglio a battersi per difendere quel che è rimasto della professione senza farsi troppo condizionare dalle esigenze delle sue controparti editoriali e da un mondo politico che apprezza i giornalisti soltanto quando si comportano come zerbini.  E per il futuro? In un paese come il nostro il sindacato dovrebbe tornare ad essere un sindacato di idee, con l’obiettivo primario far crescere l’esile ma necessaria piantina del  giornalismo critico. Insomma, meno iscritti e più qualità, perché Il giornalismo può sperare di salvarsi soltanto se recupera la sua funzione originaria di controllore del potere. 

La strada del compromesso non ci ha salvato dalla crisi. Dunque, coraggio. Non c’e’ niente da perdere.