La violenza dello scontro nel centro sinistra italiano dimostra che non siamo di fronte alle solite schermaglie per il potere tra leader e aspiranti tali, con i loro codazzi starnazzanti di nani e ballerine. C’é in gioco qualcosa di più profondo, e cioè l’idea di che cosa debba essere la sinistra in un mondo globalizzato, molto diverso da come lo avevamo immaginato nel secolo scorso. 
Avevo inizialmente riposto qualche speranza in Renzi e nella sua voglia di smuovere le acque stagnanti della politica.  Le poche e pessime cose fatte in  questi mesi dal suo governo dimostrano a mio avviso che non era soltanto un simpatico cacciaballe, ma anche una marionetta al servizio di un progetto di sistematica distruzione del welfare e di trasformazione dello stato in senso autoritario. Un progetto che ricorda un po’ troppo da vicino le idee di un certo Licio Gelli. 
C’é  purtroppo una parte consistente del centro sinistra che di queste analogie non si cura perché troppo ignorante e distratta dal potere e dagli affari. Dimentichiamola senza rimpianti.  Agli altri, dentro e fuori il PD, in maggioranza o all’opposizione, cani sciolti o organizzati, orfani del centralismo democratico o di altre tradizioni politiche, vecchi militanti o neofiti della politica, astensionisti o teorici del voto con il naso turato, vorrei dare qui un suggerimento di lettura: Il prezzo della disuguaglianza, scritto da Joseph E. Stiglitz nel 2012, e pubblicato in Italia da Einaudi. Sono 470 pagine piuttosto complesse, ma vale la pena di affrontarle, perché parlano delle stesse cose che ci fanno discutere, e a volte litigare. 
Quello della disuguaglianza è troppo spesso un tema  generico, che tende a suscitare  reazioni di tipo etico.  Sappiamo confusamente che non è una buona cosa, e ignoriamo i meccanismi che la provocano. Ma Stiglitz è un premio Nobel per l’economia che  insegna alla Columbia University dopo essere stato uno dei principali consulenti di Bill Clinton, e aver ricoperto l’incarico di capo dei consiglieri economici della Banca Mondiale. E’ abituato a lavorare  con i numeri e racconta la disuguaglianza per quello che è davvero: il risultato di scelte economiche e politiche non ineluttabili e in ultima analisi sbagliate,  perché condizionate da quell’un per cento della popolazione che nel corso degli ultimi anni ha tratto vantaggio dalle iniquità del sistema a danno di tutti gli altri.
Il libro è troppo denso  per essere riassunto. Vale però la pena di riportare una delle sue tesi centrali, che ribalta una delle argomentazioni più amate e ripetute fino allo sfinimento dai giornali e dalle televisioni controllati dal potere, quello della centralità del mercato e della sua capacità di autoregolarsi.  “Benché possano essere in gioco forze economiche sottostanti – scrive Stiglitz – la politica ha plasmato il mercato e lo ha fatto con modalità che avvantaggiano chi sta in cima a discapito degli altri. Qualunque sistema economico deve avere regole e regolamentazioni, deve operare all’interno di una struttura giuridica. Esistono però molti modelli diversi di queste strutture, e ciascuno comporta determinate conseguenze sulla distribuzione della ricchezza, così come sulla crescita, l’efficienza e la stabilità. L’élite economica ha spinto per un modello che la privilegiasse rispetto agli altri, ma questo è un sistema economico non efficiente né equo. Mostrerò come la nostra disuguaglianza si rifletta in ogni decisione importante che prendiamo come nazione – dal budget alla politica monetaria fino al nostro sistema giudiziario – e come tali decisioni contribuiscano a loro volta a perpetuare ed esacerbare la disuguaglianza”. 
Stiglitz parla ovviamente degli Stati Uniti, ma quello che dice vale per tutti noi. E’ difficile non condividere, a meno di non essere in malafede, la  sua pacata analisi della globalizzazione, le sue riflessioni sul ruolo destabilizzante della finanza, le sue critiche alle scelte strategiche del fondo monetario internazionale, mai fini a se stesse, ma accompagnate da proposte concrete di riforma, praticabili se soltanto lo si volesse. Stiglitz non è né un rivoluzionario né un sognatore, ma uno studioso molto concreto e appassionato. La sinistra italiana, orfana di un passato che non tornerà e prigioniera di una classe dirigente interessata soltanto a perpetuare se stessa, ha un disperato bisogno di uomini come lui. Da troppi anni è incapace da una autonoma riflessione culturale, e sembra aver dimenticato che  soltanto con lo studio e con una chiara comprensione dei fenomeni potrà sperare di cambiare un mondo ingiusto e sul punto di scoppiare. 

Tutto il resto è fuffa, come i discorsi di Renzi e della sua corte di miracolati.