Dodici milioni e 788 mila italiani hanno votato sì al referendum sulle trivelle. Non sono bastati per raggiungere il quorum. Ma sono pur sempre quattro milioni in più di quelli che nelle elezioni politiche del  2013 hanno votato il partito democratico, e un milione e mezzo in più di quelli che lo hanno votato  alle europee del  2014. 
Irritarli, come ha fatto Matteo Renzi prima del referendum invitando il paese all’astensione, e subito dopo con tutta una serie di commenti sarcastici sulla sua inutilità,  non mi è francamente sembrata una buona idea. Sono in larga maggioranza elettori della sinistra, indispensabili per vincere quando la sopravvivenza della maggioranza non dipenderà più dalla compravendita dei senatori verdiniani, ma dalle urne. 
Molti di questi elettori si ricorderanno delle telefonate tra il ministro Guidi e il fidanzato, che pretendeva un trattamento di favore dal governo trattandola  \”come una sguattera del Guatemala\”. Molti rifletteranno sulle tante inchieste che dimostrano una sola verità: dai giacimenti italiani escono più favori agli amici che idrocarburi. Infine, molti  si indigneranno per il disprezzo dimostrato dal presidente del consiglio nei confronti di un modo di intendere la partecipazione, e più in generale la politica, che è o dovrebbe essere proprio della sinistra.

Avremo la controprova tra poche settimane, quando  si voterà per rinnovare le amministrazioni comunali di città importanti. Roma e Napoli sono date per perse, Milano è in bilico, a Torino il sindaco uscente dovrà probabilmente sottoporsi ai tempi supplementari del ballottaggio. Per un centrosinistra già in difficoltà gli sfottò di Renzi e dei suoi  patetici cloni sul fallimento referendario saranno un bel boomerang. Ne sono convinto, perché io sono uno di quegli elettori. Non pretendo di avere  la verità in tasca. Ma la mia opinione, come è ovvio,  influenzerà il mio voto.