L’Italia è davvero uno strano paese. Qualche mese fa il senato ha votato, tra molte proteste, la nuova legge sulle unioni civili. La stessa legge è stata definitivamente approvata pochi giorni fa dalla camera nel giubilo generale. Quello che prima era considerato un compromesso al ribasso incompleto e discriminatorio è diventato all’improvviso un grande  passo avanti sulla strada della civiltà, salutato in piazza dallo sventolio delle bandiere. 
E’ del tutto evidente che un atteggiamento così schizofrenico non abbia nulla a che vedere con i contenuti di una legge rimasta invariata fin nelle virgole, ma dipenda in larga misura dal modo cui essa è stata raccontata dal sistema dei media a una opinione pubblica dalla memoria corta, mediamente disinformata e facilmente manipolabile. E che la vicenda delle unioni civili sia soltanto l’ultima delle tante questioni affrontate da gran parte della  nostra classe politica con la stessa faciloneria, a suon di parole vuote dietro le quali si nascondono interessi più o meno confessabili. 
Fa dunque particolarmente piacere scoprire che non tutti i politici sono uguali. Prendiamo Federico Fornaro, senatore PD e esponente di spicco della minoranza, stakanovista delle presenze in aula e appassionato studioso dei flussi elettorali. La sua ultima fatica letteraria, Fuga dalle Urne, pubblicata da Epokè, affronta lo spinoso tema della crescente disaffezione degli italiani per il voto in un modo molto solido e concreto, con il sostegno di una massa di dati imponente che parte dall’Ottocento e arriva ai giorni nostri. Dati ufficiali, incontestabili, e quindi, capaci di reggere alle ingiurie del tempo e del nostro antico vizio di far prevalere le opinioni sui fatti.
Non che Fornaro non abbia la sua opinione, tutt’altro. Ad esempio quando ci racconta che  oggi nel mondo ci sono 117 democrazie elettive – erano appena 12 dopo la fine della seconda guerra mondiale – e che la grande maggioranza della popolazione mondiale preferisce la democrazia ad altre forme di governo,  non manca di far notare che la sua vittoria è accompagnata dal più basso livello storicamente raggiunto nella fiducia dei parlamenti, nei governi e nei partiti. Una crisi di legittimazione – dice Fornaro – che si manifesta attraverso un costante aumento dell’astensionismo, una elevata infedeltà nel voto, e in un forte calo di adesione ai partiti politici. 
Dunque  il non voto non è soltanto una curiosità statistica, da dimenticare subito dopo la chiusura degli scrutini, perché “tanto gli astensionisti” non contano.  Se è vero che la partecipazione è  uno dei principali indicatori del corretto funzionamento di una democrazia, occorre dedicare alla mancata partecipazione molta più attenzione di quanto si sia fatto finora. Anche perché – spiega Fornaro – negli ultimi tempi il rifiuto del voto è diventato per molti un atto intenzionale di persone demotivate al punto di negare il consenso al sistema. Un fenomeno che si intreccia a quello degli elettori “intermittenti” che decidono a seconda del tipo di competizione e della offerta politica se votare oppure no, e che mette a disposizione di chiunque sappia solleticarne interessi e aspirazioni una imponente massa di manovra. 
Particolarmente efficaci e preoccupanti, da questo punto di vista, sembrano le  critiche radicali al funzionamento della democrazia rappresentativa portate avanti in tutta Europa da alcuni movimenti di tipo populistico, che negano l’importanza dei partiti e puntano tutto sul ruolo carismatico di leader ritenuti capaci di prendere la decisione giusta al momento giusto, senza sottostare alle pastoie delle procedure parlamentari. Continuare a ignorare  il problema – conclude Fornaro e io sono d\’accordo con lui – potrebbe essere molto pericoloso.