Da quando è comparso sulla scena, nel 2009, il bitcoin è una spina nel fianco della economia tradizionale e delle potentissime istituzioni che la sostengono e cercano di imporre al mondo le proprie regole di comportamento e di organizzazione sociale. Questa moneta virtuale, autoregolata dai sofisticati codici cifrati di una rete di computer senza padroni, è anche la dimostrazione che si può creare un efficiente sistema di scambio al di fuori del controllo del potere. Ed è difficile non vedere nelle accuse dei suoi critici, che lo accusano di facilitare il riciclaggio grazie all\’anonimato delle transazioni,  la malafede di chi vorrebbe frenarne la diffusione per conservare ai governi il privilegio del battere moneta.
Facciamo un passo indietro, all\’epoca delle  monete d\’oro e d\’argento, che avevano un valore pari a quello del metallo impiegato nel conio. Poi arrivò la carta moneta, con un valore nominale che aveva il suo fondamento e la sua garanzia nelle riserve auree degli stati che la stampavano. Ma con gli accordi di Bretton Woods, stipulati nel 1944, il punto di riferimento degli scambi internazionali divenne la moneta dello stato più forte, il dollaro, che nel 1971 fu costretto a sospendere la sua convertibilità  in oro. Nel mondo ne circolavano troppi, e non era più possibile garantirli con le riserve. Da allora il sistema monetario si regge esclusivamente sulla fiducia dei cittadini nei confronti di chi stampa la moneta, siano essi singoli stati o organismi come la banca centrale europea. Una fiducia automatica, spesso inconsapevole, e non priva di rischi. Ad esempio  quando qualcuno decide di stampare moneta per rilanciare l\’economia, e crea inflazione.
Dietro la nascita del bitcoin c\’era il rifiuto di questo  sistema, reso possibile dai progressi dell\’informatica e del web. Accettare in pagamento  dollari o euro è un atto di fede – dicevano i suoi inventori – e noi abbiamo più fiducia nei nostri computer che nei governi.  Il denaro è in rete. Tutti gli scambi  si basano su metodi crittografici molto avanzati, che garantiscono la sicurezza e impediscono gli abusi. La creazione di nuova moneta è una scelta degli utenti, e non una decisione unilaterale di qualche banca centrale. Non ci sono commissioni, i trasferimenti sono semplicissimi e soprattutto rapidi, la platea degli utilizzatori cresce e arriva fino ai singoli esercizi commerciali. 
Dal 2009 i  bitcoin si sono rapidamente diffusi, e sono diventati un mezzo comune di pagamento anche nelle grandi transazioni internazionali. Qualcuno ne ha approfittato,  speculando sulla variabilità del loro prezzo, come peraltro avviene da tempo immemorabile con le monete tradizionali. E non sono mancate battute d\’arresto. Il mistero che ancora circonda Satoshi Nakamoto, il leggendario padre del sistema,  ha aiutato avventurieri come l\’australiano Craig Wright a conquistarsi qualche giorno di celebrità a buon mercato per scopi non ancora ben chiariti.  La  strada, però, è aperta. Dopo i bitcoin sono arrivate decine di altre criptovalute, che ne condividono i principi di base, ma usano sistemi informatici diversi. Fermarle sarà  impossibile.