Comunque finiscano i ballottaggi, il voto delle amministrative di ieri è stato uno tsunami per PD, che ha perso voti e soprattutto ha dimostrato di non essere più in grado di intercettare il disagio politico e sociale espresso da un astensionismo senza precedenti. Sono tanti in questi giorni gli elettori di sinistra che si sentono privi di una rappresentanza. E io avrei voluto scrivere qui della mia delusione e di quel che spero per il futuro. Poi ho scoperto di essere stato preceduto dal mio amico e collega Stefano Tallia. Concordo pienamente con quello che ha scritto questa mattina sul blog talliastefano.blogspot.it , e lo riproduco  con il suo permesso.

Provo a spiegare per quale ragione ho varcato la porta del seggio con grande riluttanza e solo a poche ore dalla chiusura delle urne.  Ho dato, credo, il voto più svogliato e arrabbiato della mia vita e non mi sorprende che quasi la metà dei miei concittadini, molti dei quali provenienti dalla sinistra, abbia scelto di restare a casa.
Dunque, sono da sempre un elettore di sinistra e più volte ho dichiarato di non sentirmi rappresentato dal Pd. Non mi rappresentano l’arroganza bullesca del suo leader, l’azione di governo che da un lato indebolisce le tutele per i lavoratori e dall’altro strizza l’occhio ai poteri forti, l’approssimazione con la quale viene maneggiata una materia delicata come la Costituzione. Scendendo verso il livello locale, non mi rappresentano i piccoli e grandi ras locali che controllano pacchetti di voti di provenienza talvolta dubbia, non mi rappresenta chi ha estinto il dibattito politico per far spazio alla conta tra le correnti, non mi rappresenta un partito che -fatti i debiti rapporti storici-  assomiglia sempre più al Psi craxiano, anche nella sua deriva etica. Perché i valori saranno anche oggetti del passato, ma senza di quelli una formazione politica perde la bussola.
Per mesi ho quindi auspicato la nascita di un soggetto forte alla sinistra del Pd, un soggetto capace di intercettare i tanti delusi che hanno trovato rifugio sotto al tetto dei cinque stelle o che sono rifluiti nell’astensione. Il processo al quale abbiamo assistito e che ha portato alle candidature di Fassina a Roma, Airaudo a Torino e Rizzo a Milano, altro non è stato invece che l’ennesima riproposizione di un gruppo dirigente segnato da innumerevoli sconfitte che non ha avuto la generosità di farsi da parte per lanciare un progetto davvero innovativo. Il risultato elettorale che è stato al di sotto di quanto ottenuto dalla lista Tsipras appena un anno fa, certifica questa incapacità.
A chi si chiede ancora perché in Italia non nasca una forza come “Podemos” credo sia sufficiente suggerire di guardare il volto sorridente e combattivo di Pablo Iglesias e poi confrontarlo con quello imbolsito dagli anni e dalle sconfitte dei vari Airaudo, Fassina, Rizzo (Basilio, ma anche Marco…).
E’ un fatto generazionale, ma non solo. Chi a sinistra cerca una strada alternativa deve sapere che l’Italia migliore, quella che ha studiato e può guidare un cambiamento vero, si è allontanata da tempo dalle stanze della politica. Si sbatte con contratti precari nelle università o nei centri di ricerca, è andata in giro per il mondo a portare solidarietà nelle associazioni o nella grandi organizzazioni internazionali, non si riconosce in partiti che sono occupati da chi se ne serve per cercare di realizzare i propri scopi personali.  
Ciò di cui avremmo bisogno è invece una politica che tornasse ad essere al servizio delle idee. Chi lo pensa, oggi, si sente però come un profugo alla ricerca di una patria che sappia accoglierlo. Proprio come quelle migliaia di uomini e donne che premono alle porte dell’Europa e che una sinistra pavida, immemore della sua storia e dei propri valori difende con voce troppo flebile. 
Tornare ad alzare la voce per difendere i più deboli: solo così si può riguadagnare il consenso perduto.