Lasciare non è facile, anche quando lo si fa per  scelta e non per obbligo. E se la ragione ti dice che il momento è arrivato, ci sono i ricordi le amicizie e le soddisfazioni professionali, di gran lunga più numerose delle delusioni, a ricordarti quanto siano stati importanti e belli trentatré anni di lavoro in RAI.

Sono stato fortunato. Prima  con il lavoro nel giornale radio e nel telegiornale regionale, di cui sono stato per molti anni uno dei volti più noti,  poi con il passaggio alle produzioni nazionali della testata, dopo una promozione che nelle logiche spartitorie dell’azienda  era anche un allontanamento da quel che si riteneva fosse davvero importante, la gestione degli spazi informativi regionali a vantaggio della politica e degli altri  poteri forti cittadini. 
Invece è stata una opportunità. Pochi giornalisti della RAI hanno avuto la possibilità di dirigere per quasi vent’anni una trasmissione nazionale di grande successo come il telegiornale scientifico TGR Leonardo, e di farlo in piena libertà di scelta e di errore, avendo come unico vincolo il confronto con una redazione che condivideva la stessa idea di servizio pubblico e le stesse passioni. Un modello che ho replicato con TGR Montagne, un settimanale nazionale poi chiuso da una discutibile scelta aziendale,  e, nell’ultima stagione, anche con TGR Ambiente Italia, un’altra  trasmissione di lunga tradizione che è stato necessario  ripensare dopo una consistente riduzione degli orari e del budget. 
Non spetta a me giudicare i risultati.  Posso solo dire che i riconoscimenti ottenuti mi hanno aiutato a superare qualche momento difficile, quando avevo sperato che le esperienze maturate mi avrebbero permesso di arrivare  alla guida della redazione centrale, e quindi della intera informazione regionale. Mi sarebbe piaciuto misurarmi in una sfida forse impossibile: combattere l’idea distorta e purtroppo dominante di un servizio pubblico che sacrifica la qualità della informazione sull’altare di una impossibile equidistanza tra le posizioni, e eliminare alcuni dei vincoli, a volte autoimposti, che gravano su telegiornali e giornali radio sempre meno giornali e sempre più bollettini dell’esistente.

Gli amici dicono che non ce l’avrei mai fatta, e dunque va bene così. Altri sono arrivati, e portano avanti le loro idee del mondo e della professione. Io non le condivido, e dal primo di settembre non sarò più un giornalista RAI. Questo però non vuol dire che rinuncerò a dire la mia e a battermi, qui e altrove, per il giornalismo in cui credo.