Il mio partito



Sono di sinistra, e me ne vanto. Ma il tempo passa, e continuo a non trovare quello che cerco: un partito che mi rappresenti senza farmi troppo soffrire. Non è necessario che sia grande, perché non ho mai condiviso la vocazione maggioritaria che ha portato il PD al disastro. Però lo vorrei serio, attento a quel che accade al di fuori degli angusti confini italiani, e guidato da persone non disposte a barattare la coerenza della linea politica con il primo assessorato disponibile. 
Nel dettaglio.
Vorrei un partito che dica chiaramente che non è possibile  scendere a patti con Berlusconi. Non per odio ideologico nei suoi confronti, ma perchè sta portando il paese in una direzione sbagliata. Sul piano internazionale il nostro primo ministro dimostra una totale incomprensione di quello che sta accadendo nel  mondo globalizzato e una preoccupante  tendenza a schierarsi a fianco dei peggiori. Sul piano interno sta demolendo non soltanto le basi dello stato sociale, ma anche le più elementari forme di controllo democratico del potere. Per di più lo fa in modo confuso, senza rendersi conto che le ricette neoliberiste sono vecchie, inadatte a fronteggiare i problemi e potenzialmente in grado di  crearne di nuovi. Le tensioni e i conflitti che da sempre accompagnano il massicco ricorso a strumenti di “deregulation” sono esattamente il contrario di quello che serve oggi.
Vorrei un partito che fosse propositivo, e saldamente ancorato a una visione del mondo propria della sinistra. Che a differenza di tanti non ritengo superata nel suo assunto fondamentale: gli uomini nascono uguali, ma questa  uguaglianza è continuamente messa in discussione nel loro vivere sociale. Per questo  servono contrappesi e garanzie. Per fare qualche esempio, una scuola pubblica di livello adeguato, un servizio  sanitario pubblico di qualità, un efficiente sistema pensionistico pubblico. L’elenco potrebbe continuare con i trasporti,  le reti di telecomunicazioni, l’acqua.  E ogni volta  ricorrerebbe l’aggettivo “pubblico”, oggi ritenuto dai più sinonimo di inefficienza e spreco. Bene, io vorrei che questo partito ribadisse con orgoglio, in ogni possibile occasione, che il “pubblico”  non può essere gettato via come acqua sporca. Può e deve convivere con quel “privato” che oggi viene ossessivamente riproposto come l’unica risposta possibile ai mali del sistema. Ma chi sono  i veri privati in una Italia  dove il sistema industriale e le banche  considerano assolutamente   naturale  privatizzare gli  utili e socializzare le perdite?
Vorrei un partito che avesse una idea forte dello stato. Uno stato forte non significa uno stato autoritario, ma  consapevole del proprio ruolo, nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini e delle regole del gioco, che dai tempi di Montesquieu si basano sull’equilibrio dei poteri.  Oggi purtroppo la tentazione di far saltare questo equilibrio non è soltanto di Berlusconi. C’e’ per fortuna  una parte della maggioranza che non è  d’accordo con lui. Ma c’è anche una parte della minoranza che ne condivide l’ insofferenza verso i  poteri di controllo, primo fra tutti quello giudiziario. Non si spiegano diversamente l’opacità di qualche recente scelta parlamentare, le reticenze di alcuni, le prese di posizione per molti versi incomprensibili di altri. E a proposito  di giustizia, vorrei un partito che la smettesse di rincorrere la destra sul tema della sicurezza. Che è ovviamente importante, ma non può essere affrontato e risolto al di fuori di un discorso più generale sulle ingiustizie sociali. E’ più grave un furto o una evasione fiscale? Una truffa o un falso in bilancio? Un lavavetri  clandestino all’incrocio  o un delinquente italiano che non va in galera perchè può pagarsi gli avvocati giusti e in qualche caso anche i giudici? 
Vorrei un partito che non considerasse i potenziali elettori dei perfetti imbecilli da abbindolare con slogan, ipocrisie o vuoti giri di parole. Un esempio soltanto,  su un tema che per me è fondamentale:  la pace e la guerra. Ovunque ci siano italiani in armi  che uccidono e vengono uccisi c’è una guerra, non una missione di pace. Forse giusta, ma pur sempre guerra.
Vorrei un partito attento ai temi dell’ambiente, oggi più che mai connessi con quelli dell’energia. L’energia pulita, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, non passa attraverso la fissione nucleare. Allo stesso modo, nessuno riuscirà mai a convincermi che un treno veloce  inserito in una rete di trasporto europea possa danneggiare un paese che trasporta quasi tutte le merci su gomma, intasando strade e autostrade e avvelenando la sua aria. E a proposito di Europa, vorrei un partito che ci credesse davvero, e lo dimostrasse non mandando a Bruxelles soltanto le mezze calzette e i trombati delle elezioni nazionali.
Infine,  vorrei un partito insieme agile e strutturato. Agile nell’azione, nella gestione della vita democratica interna e nelle  trattative con le altre forze politiche in campo, che dovrebbero avere al centro non i posti da occupare, ma le cose da fare insieme.  E strutturato, perchè in queste trattative le idee non vengano stravolte,  e gli obiettivi politici dimenticati. E’ la chiarezza, infatti, la condizione necessaria  per riconquistare  alla politica quell’enorme bacino di elettori, per lo più giovani, che oggi se ne sta  ai margini non per disinteresse, ma per disgusto.

L\’uomo che verrà



Che qualcuno a sinistra sia riuscito ad accusare di revisionismo il regista Giorgio Diritti per “L’uomo che verrà” è una ulteriore dimostrazione di quanto la sinistra di questo paese abbia perso la bussola, e che la sua storica  tendenza ad affidare gli incarichi di rappresentenza a imbecilli “fedeli alla linea” sia diventata, in assenza di linea, davvero pericolosa.
 “L’uomo che verrà” racconta la strage di Marzabotto attraverso la storia di una delle famiglie massacrate.  Nonni, genitori, figli, parenti ed amici vengono seguiti per quasi un anno nella loro vita quotidiana di mezzadri poveri, tenacemente attaccati alla terra. Intorno, sotto gli occhi di una  bambina che tace da quando ha assistito alla morte di un fratellino in fasce, le violenze della guerra. Tedeschi, fascisti, partigiani. 



Non sono piaciuti ai critici questi partigiani giovanissimi, refrattari alla disciplina,  capaci di uccidere  a sangue freddo e di pavoneggiarsi a cavallo davanti agli abitanti della borgata.  Combattono perché non possono non combattere chi calpesta la loro terra, entra armato nelle loro case, guarda le loro donne.  Rifiutano la politica, perché le cose della politica sono troppo complicate e lontane. Ma sono istintivamente schierati dall’unica parte possibile in quelle drammatiche circostanze, anche quando si rendono conto che la loro presenza è un pericolo per le famiglie, anche quando il cibo è poco e non basta per tutti. 

I sopravvissuti della  Resistenza lo sanno, che le cose sono andate quasi sempre  così. Che la piena  consapevolezza politica era patrimonio di pochi, per lo più anziani e provenienti dall’antifascismo militante. E gli studiosi seri  riconoscono  la grandezza di quei giovanissimi  e  dei contadini che nonostante tutto li hanno sostenuti:  non eroi senza macchia, come vuole l’agiografia, ma persone  comuni che hanno saputo dare il meglio di sé quando la violenza della guerra  le ha strappate,  loro malgrado, dalla vita di sempre.  Gli altri, i sacerdoti di una Resistenza mitizzata e proprio per questo tradita,  non trovano di meglio che indignarsi.
Il grande merito di Giorgio Diritti è di aver capito che soltanto partendo da quelle vite  apparentemente senza storia sarebbe stato  possibile raccontare Marzabotto per quello che è stato davvero. Il suo è un racconto delicato e potente, che si avvale di una accurata ricostruzione storica, di attori efficacissimi anche nell’uso di un dialetto opportunamente sottotitolato, di una splendida fotografia. Fa star male, e fa pensare. A Marzabotto, al Vietnam, all’Iraq, all’Afghanistan, agli infiniti altri luoghi del mondo dove oggi si combatte. 

Processo breve



Ma perché mai lo chiamiamo tutti, proprio tutti, “processo breve”?
Questa definizione, nel testo di legge appena approvato in senato, non compare. Eppure così titolano non soltanto i giornali e le televisioni di Berlusconi, ma anche gli organi di informazione che fanno riferimento al centro sinistra. Che in questo modo accettano, una volta di più, il gioco dell’avversario.

Nell’uso comune l’aggettivo “breve” è privo di qualsiasi connotazione negativa. La  brevità non fa perdere tempo, la brevità è semplice, la brevità è in genere associata alla chiarezza delle idee e degli obiettivi.  La brevità, in quanto contrapposta alla prolissità, è un pregio. Chi può ragionevolmente sostenere che un processo breve è peggio di un processo lungo? Che dietro al processo breve si nascondano schifezze assortite, come l’impossibilità di concludere migliaia di processi già avviati,  è cosa incontestabile, ma non semplice da spiegare a un paese  distratto e con un tasso di scolarità inferiore alle medie europee. E’ vero, qualcuno sarà toccato dagli effetti della legge. Ma le parti lese dei processi che probabilmente salteranno sono una minoranza nel paese, ed è facile immaginare che le loro voci si perderanno nell’indifferenza dei più. 
La subalternità anche lessicale del centro sinistra nei confronti di una destra aggressiva e determinata non è cosa nuova. Mercato. Profitto. Flessibilità.  Privatizzazioni. Competitività. Comunismo. Dittatura. Radicalismo. Terrorismo. Liberalismo. Federalismo. Fiscalismo. Statalismo. Revisionismo. Modernità. Sicurezza. Razza. Radici. Padania.  Di  per sé nessuno di questi termini, a parte la Padania che non esiste, è privo di significato.  Molti hanno una concretezza a volte drammatica. Colpisce però  la loro pervasiva presenza, tutti i giorni e tutte le ore, su piccoli e grandi mezzi di comunicazione. Colpisce la  loro ossessiva ripetizione. E soprattutto colpisce la relativa latitanza di termini altrettanto concreti come pace, diritto, uguaglianza o precariato. 

Nel dibattito politico la forma è sostanza. Non si può essere leader se non si ha una buona padronanza del linguaggio, se non si è persuasivi nell’esporre le proprie posizioni, se non si è in grado di raggiungere vasti strati della popolazione con un messaggio semplice ed  efficace. 
Nel 1953 in Italia venne approvata, tra fortissime contestazioni,  una legge voluta dal ministro dell’interno Mario Scelba che modificava in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale in vigore dal 1946. Un forte  premio di maggioranza sarebbe scattato  per la coalizione di partiti che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti alle politiche di giugno. Quel premio non scattò per 54 mila voti, e l’anno successivo la legge fu abrogata. I libri di storia la ricordano con il nome di  legge truffa. E  fu proprio quel nome ben scelto, semplice ed efficace, a influenzare in modo decisivo la campagna elettorale: tutti i partiti che avevano sostenuto la legge persero infatti un numero consistente di consensi.
Storie d’altri tempi? No davvero. In un bel libro dall’enigmatico titolo “Non pensare all’elefante!”   il linguista statunitense George Lakoff  sostiene  che  in politica  la vittoria va a chi riesce a imporre il suo linguaggio e dunque i suoi valori.  Se dici  a una persona di non pensare a un elefante – spiega Lakoff – è certo che quella persona penserà ad un elefante. Quello che conta è l’elefante. 
Negli Stati Uniti l’elefante è  il simbolo del partito repubblicano, e  Lakoff ha scritto il suo libro durante la presidenza di George W. Bush. Poi è arrivato Obama, che ha imparato la lezione.  Nessun elefante nei suoi discorsi, ma  parole nuove, capaci di mobilitare le coscienze e di portare alle urne anche ampi strati di popolazione che non avevano mai votato prima. 
Possiamo farcela anche noi. E cominciamo da una piccola cosa. Smettiamo di chiamarlo  “processo breve”.

Ripensando all\’Uganda


Una terra povera di straordinaria bellezza. Una società con gravi problemi e immense speranze.  Gente che vive in condizioni dure, ma si muove con innata eleganza.  Armi dappertutto, e una disarmante gentilezza nei confronti dello straniero. Il mio mal d\’Africa si chiama Uganda, dove sono stato questa estate. Mi capita ancora di pensare  a quello che ha visto e imparato nel corso del viaggio, ma mi rendo conto che è  troppo facile dimenticare vivendo in questa  parte del mondo, dove la principale preoccupazione degli economisti è il rallentamento dei consumi  e tutto è a portata di mano. 
L’acqua, per esempio. Noi usiamo quella potabile per lavare le macchine. In Uganda è un problema anche dove c’è. Quella che segue è la storia di una centrale idroelettrica in costruzione,  che potrebbe cambiare la vita di una piccola comunità ugandese. Ecco come l’ha raccontata mia figlia Sara, che questa estate, con la sua conoscenza dei luoghi e delle persone,  ha aiutato me e mia moglie Elisa ad essere viaggiatori consapevoli.
L\’acqua dei Bakonzo
di Sara Gardoncini

Nell’Uganda occidentale, vicino al confine con gli immensi e ricchi territori della Repubblica Democratica del Congo, si trova una delle montagne più alte del mondo, il Rwenzori, scalato per la prima volta dal Duca degli Abruzzi a inizio Novecento. Poco visibile perché quasi sempre coperto da nebbie e da nuvole cariche di pioggia, raggiunge i 5000 metri d’altezza ed è, dopo il Kilimangiaro e il monte Kenya, la terza montagna africana per altitudine. Ha ghiacciai perenni che coprono le cime montuose, una fitta e quasi inaccessibile foresta di montagna che cresce nelle zone più basse, altre tre diverse aree climatiche e ambientali nelle altitudini intermedie. Per la vastissima varietà sia vegetale sia animale che la caratterizza questa zona è stata dichiarata dall’Unesco, nel 1994, patrimonio dell’umanità. 
Sul versante ugandese del massiccio, più a valle rispetto alle cime innevate e alla foresta di montagna, giù oltre il confine del parco nazionale del Rwenzori vivono i Bakonzo, una popolazione bantu di coltivatori. L’acqua è la loro maggiore ricchezza: i fiumi che dal Rwenzori scendono a valle sono numerosissimi. Alimentati dai ghiacci e dalle frequenti piogge, hanno acque abbondanti e forti correnti. 
È proprio qui, vicino a un piccolo villaggio chiamato Bugoye, che un’azienda norvegese, la Tronder Energi, ha iniziato nel 2007, in collaborazione con il governo ugandese, la costruzione di una centrale idroelettrica. La compagnia che esegue i lavori, e che venderà l’elettricità nel resto dell’Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo, è registrata in Uganda come TronderPower Ltd: appartiene per il 70% alla Tronder Energi e per il restante 30% alla Norfund, un’altra azienda norvegese, che si definisce “una compagnia statale di investimento, uno strumento della politica norvegese per lo sviluppo. La Norfund investe in affari redditizi, finanzia infrastrutture e trasferisce conoscenza e tecnologia. Contribuisce al progresso economico nei paesi poveri”. 
I lavori per la costruzione della centrale sono iniziati nell’ autunno del 2007. Il progetto è quello di deviare l’acqua del fiume Isya in un canale artificiale di cinque chilometri, che conduce l’acqua a un condotto di 160 metri, dalla cima di un crinale fa cadere l’acqua a grande velocità fino alle turbine della centrale producendo energia. 
L’attuazione del progetto ha avuto un grosso impatto nella zona, e sta cambiando la vita delle persone. Sono molti, tra i Bakonzo, gli scettici e gli scontenti. Intervistando alcuni dei contadini che sono stati direttamente coinvolti dai lavori di costruzione, si sentono soprattutto commenti negativi, a cominciare da coloro che hanno dovuto vendere alla compagnia norvegese i terreni su cui è stato costruito il canale artificiale: “ci hanno tolto i campi comprando le terre a un prezzo troppo basso – spiega Idembe Yonasani, di 78 anni – per esempio una pianta di caffé produce caffé da vendere per dieci o venti anni, ma loro ci hanno pagato per ogni pianta solo 15.000 scellini (l’equivalente di 5 euro), e per una pianta di banane solo 6.000 scellini (2 euro). È troppo poco”.

Il canale ha argini alti più di due metri, impossibili da attraversare a piedi se non usando quei pochi ponti pedonali che sono stati costruiti. Avere solo alcuni punti di passaggio, ci spiegano, significa allungare in modo considerevole il cammino di coloro che abitano al di là del fiume e scendono a valle ogni mattina per andare a prendere l’acqua, scalzi, sui ripidi sentieri di montagna, con le taniche sulla testa: “durante i lavori del canale – spiega Emmanuel Munaba, che vive nel villaggio di Kibirizi – le nostre abitazioni sono rimaste isolate. Una volta avevamo i nostri sentieri per arrivare alle case. Ora che il canale blocca il passaggio dobbiamo percorrere lunghe distanze per attraversarlo. E il nostro villaggio non ha più un accesso stradale, se una macchina volesse raggiungere Kibirisi non sarebbe possibile”. Altri si lamentano per le condizioni dell\’unica strada in terra battuta che collega i villaggi della zona. Era stata rinnovata nell\’estate del 2007, poco prima che iniziassero i lavori. Oggi,  a causa del continuo passaggio dei mezzi pesanti, è piena di buche e pietre.
Nonostante le lamentele e i disagi non si può dire però che la compagnia norvegese non abbia avuto attenzioni nei confronti della popolazione locale. Per contratto i lavoratori per la costruzione della centrale devono essere selezionati tra la popolazione locale che vive all’interno del distretto. La TronderPower ha dato lavoro a circa 500 persone prima disoccupate. Coloro che vivevano nelle zone in cui era previsto il passaggio del canale artificiale hanno dovuto abbandonare le loro case, è vero, ma hanno ricevuto in cambio, con grande soddisfazione, case nuove e moderne, più grandi e più belle delle precedenti. C’è stata inoltre la creazione di un comitato per la gestione delle relazioni tra gli abitanti della valle e la TronderPower. Sono stati eletti dalla popolazione due rappresentanti per ognuno dei dieci villaggi in cui si sono svolti i lavori perchè venisse loro riferito qualsiasi problema o questione causato dai lavori. Ogni mese il comitato incontra la TronderPower per riferire e cercare di risolvere i problemi. 



L’arrivo della modernità in una zona rurale e isolata come le montagne dei Bakonzo non è sicuramente semplice. A tanti fa paura, come tutto ciò che è nuovo e porta cambiamento. Non tutti, però, sono così negativi. 
C’è chi è contento perché dalla vendita dei terreni è riuscito a ricavare una somma considerevole di denaro, che gli ha cambiato, in meglio, la vita. Augustine, per esempio, un uomo sulla quarantina, ci spiega che con il ricavato della vendita ha comprato “un campo più grande di quello precedente, un’automobile, e due case”. 
C’è anche chi, al di là dei guadagni personali, ha una visione proiettata al futuro e giudica il cambiamento positivo per la comunità. 
John Bwambale, guardia forestale dell’UWA, Uganda Wildlife Authority, spiega che parallelamente alla costruzione della centrale si sta realizzando anche un altro progetto che prevede la fornitura di acqua pulita ai villaggi: incanalata nei tubi all’inizio del parco arriverà direttamente nei villaggi. “Le pompe per la distribuzione di acqua pulita” spiega “saranno lungo la strada, e questo sarà un grande cambiamento per la comunità, smetteremo di ammalarci perché beviamo acqua sporca. Perché oggi raccogliamo l’acqua direttamente dai fiumi, dove la gente lava i vestiti e fa il bagno”. 
Ciriako Toxton Ajiga, prete cattolico della valle, è convinto che “l’arrivo della centrale ha dato a molte persone di qui la possibilità di incontrare gente nuova e di migliorare le capacità tecniche e manuali: penso per esempio alle persone impiegate nei lavori di costruzione e nell’elettricità, lavorando hanno avuto l’opportunità di accrescere la loro conoscenze e di conoscere un mondo diverso”.
Florence Ithungu Basaliza, insegnante in una scuola elementare, vede nella nuova centrale idroelettrica grandi opportunità di miglioramento della vita: “quando c’è l’elettricità c’è meno lavoro. Per esempio in passato la farina veniva fatta a mano, pestando la manioca: un lavoro noioso, faticoso, che le donne facevano dopo essere tornate dal lavoro nei campi. Quando c’è l’elettricità invece, è più semplice. Si mette la manioca dentro la macchina, e in un attimo esce la farina. L’unico aspetto negativo, è che bisogna pagare. Ma in fondo è più costoso  il lavoro manuale in termini di tempo e fatica, l’elettricità rende la vita più semplice”.
I dirigenti della TronderPower assicurano che molte scuole – nel distretto sono 170 quelle  elementari e 15 le secondarie – e strutture sanitarie della zona avranno a breve l’elettricità, e che anche i privati, pagando, potranno averla. “Non ho dimenticato – spiega Rune Malmo, amministratore delegato – il benessere che abbiamo ottenuto in Norvegia a partire dal 1920 grazie all’accesso all\’elettricità. Di un tale sviluppo non dobbiamo privare i poveri dell\’Africa”. 
Se veramente, come sembra, in futuro i Bakonzo avranno accesso all’elettricità, è probabile che molti di loro cambieranno opinione riguardo alla nuova centrale. Ma questo ce lo dirà solo il tempo. 

Parlare chiaro


Forse mi sono distratto, ma non mi sembra che sulla drammatica vicenda di Rosarno il partito democratico, principale forza di opposizione in Italia, abbia messo in piedi una grande mobilitazione nazionale. E\’ vero, il segretario Bersani ha attaccato il ministro dell\’interno Maroni per le sue prime, incredibili dichiarazioni. Poi ha chiesto al governo di informare dei fatti il parlamento, infine ha annunciato che domani sarà in Calabria dove incontrerà amministratori, religiosi, associazioni di volontariato. Ma in questi giorni  le parole più alte e più forti su questa  vergognosa vicenda,  uno spartiacque nella storia di un paese che in pochi anni ha dimenticato i più elementari principi del vivere civile,  sono venute da altri.
Tanto di cappello a papa Ratzinger, spesso criticabile e criticato, ma comunque fermo nell\’esprimere le sue preoccupazioni e nel difendere la dignità dei più deboli. Tanto di cappello ai preti di base, alle associazioni di volontariato, ai giornalisti che questa volta non si sono limitati a copiare  i comunicati stampa e hanno raccontato – a chi ha voluto ascoltarli –  la vita nei tuguri degli immigrati,  le truffe degli imprenditori agricoli calabresi ai danni dello stato, le violenze organizzate dei malavitosi locali. 
Da Torino, dalla piccola realtà di un giornale on line fatto in gran parte da giovani, sono arrivate parole che mi sarebbe piaciuto sentire sulla bocca di alcuni degli esponenti del PD, in questi giorni troppo  affaccendati nelle consuete baruffe preelettorali.


Diego Novelli, lo ricordo ai giovani e anche a qualche vecchio dalla memoria corta, è stato sindaco di Torino per dieci anni, tra il 1975 e il 1985. Furono gli anni delle giunte rosse, gli anni dove i comuni, le province e le regioni seppero avvicinarsi ai cittadini, alle loro necessità, alle loro aspirazioni. Furono anche  anni difficili, duri, segnati dal piombo dei terroristi. Ma quelle difficoltà non portarono alla repressione,  al  ripiegamento su se stessi, alla negazione della dimensione sociale della vita. Se oggi Torino – come credo – è  meglio del resto del paese, se gli abitanti di  questa città possono ancora sperare di non dover assistere  a qualche episodio di caccia al nero nelle strade, un po\’ di merito va anche a chi in quegli anni ormai lontani seppe tenere fermo il timone.
Ma la sinistra di oggi sembra purtroppo aver perso anche la bussola.

Volare sicuri


Ci sarebbe molto da discutere su perché il mondo è insicuro, e su chi sono i responsabili di questa situazione. Ma lasciamo per il momento in disparte le riflessioni sui massimi sistemi, e limitiamoci a constatare che è una pretesa tutta occidentale quella di essere al sicuro in un mondo insicuro. A partire  dalle piccole cose. C’e’ un marciapiede sconnesso, inciampiamo e ci rompiamo una gamba? La colpa è della pubblica amministrazione, non della nostra distrazione. Passeggiamo in un parco in una giornata ventosa e ci cade un ramo in testa? I giardinieri del comune non hanno potato come avrebbero dovuto. E via elencando, finché non si arriva alla paura di tutte le paure, il terrorismo.  

Il timore  di morire in un attentato è sicuramente comprensibile, anche se  le statistiche dimostrano che abbiamo più probabilità di essere  colpiti da un fulmine. L’impietoso confronto con il  numero delle vittime negli  incidenti stradali –  nel solo 2008 in Italia sono morte 4731 persone e i feriti sono stati più di trecentomila  –  dovrebbe però  farci  riflettere. Se poi andiamo a vedere quali sono le zone del mondo dove si è maggiormente concentrata l’attività terroristica, scopriamo che sono proprio quelle dove l’occidente è intervenuto a vario titolo, e con mezzi a dir poco discutibili come le bombe intelligenti,  per portare “stabilità e sicurezza”. 

Anche restando a casa nostra, però, l’efficacia dei mezzi usati per combattere  il terrorismo  è quanto meno dubbia. Guardiamo agli aeroporti, che dall’11 settembre 2001 sono considerati tra i luoghi pubblici più sensibili.  Chi vuole viaggiare è  preliminarmente passato al setaccio da doganieri, poliziotti e agenti dei segreti, mentre nelle aree aeroportuali si moltiplicano  i controlli di identità, le zone vietate, le  scannerizzazioni dei bagagli e le perquisizioni personali. E poiché tutto ciò non ha impedito che uno sprovveduto  estremista nigeriano tentasse di farsi saltare in aria insieme al suo aereo dopo aver volato  da Lagos a Amsterdam e da qui a Detroit con una carica di esplosivo nelle mutande, sono allo studio misure ancora più severe. Nuove e costose apparecchiature, che consentiranno al personale di sorveglianza di vedere attraverso i vestiti, stanno per arrivare negli aeroporti più importanti. Non è detto che siano innocue, visto che emettono radiazioni e onde elettromagnetiche. Non  è neppure detto che siano infallibili, come hanno fatto notare alcuni tecnici.  Sicuramente violeranno la nostra privacy in un modo che qualche settimana fa avrebbe fatto gridare allo scandalo, e che oggi – secondo tutti i  sondaggi – viene accettato  in nome della sicurezza. Dicono che in Italia ne installeremo solo alcuni, a Roma, Milano e Venezia. La logica mi sfugge, ma tant’è. L’importante è partecipare, dimostrare una volta di più quanto la nostra sicurezza stia a cuore al governo. 

In ogni caso, se anche i controlli fossero davvero efficaci, e se diventasse impossibile far esplodere un aereo dall’interno, che cosa impedirebbe ad un astuto terrorista di abbatterne altri aspettandoli all’atterraggio o al decollo con uno di quei graziosi missili Stinger che gli americani hanno prodotto  in oltre settantamila esemplari, distribuendoli a pioggia in quasi tutte le aree calde del globo? Sono piccoli, trasportabili a mano, facili da usare. Cercano il calore prodotto dai motori, e spesso lo trovano. Nel corso della loro onorata carriera  hanno  già abbattuto oltre 270 aerei militari e civili. 


Non è facile trovare uno Stinger? Come tutti i prodotti di successo, sul mercato esistono cloni russi e cinesi, forse meno perfetti, ma pur sempre adatti allo scopo. E se per ipotesi  si riuscisse a dotare tutti gli aerei di linea del mondo delle più efficaci contromisure elettroniche, il solito astuto terrorista potrebbe ricorrere ad altri metodi ancora più subdoli, come  il sabotaggio di un motore durante le soste a terra dei velivoli. Oppure potrebbe decidere di abbandonare l’aviazione e di dedicarsi a nuovi, promettenti settori. 

In tutto il mondo stanno moltiplicandosi i treni ad alta velocità.  Non sarà tanto facile controllare tutti i convogli e migliaia di chilometri di rotaie. Come hanno scoperto i russi dopo l’attentato ceceno al  Nevski Express.

La lezione di Rosarno



Credevo di essere ormai abituato a tutto. Ma questa mattina, quando ho letto le dichiarazioni del ministro dell’interno Roberto Maroni sulle vicende di Rosarno non ci potevo credere. Breve riassunto dei fatti. Sono migliaia in questa stagione i clandestini che arrivano  in Calabria e in altre regioni del sud per la raccolta degli agrumi. Accampati in edifici in disuso, senza servizi igienici, accettano condizioni di lavoro disumane per salari da fame. Gli imprenditori locali li sfruttano, ma  non trattano direttamente con loro. E’ la malavita organizzata che gestisce il ricco mercato delle braccia.  E’ la malavita organizzata che li punisce quando tentano di ribellarsi.  Probabilmente è stata una di queste punizioni a scatenare la rivolta di Rosarno. Centinaia di clandestini in piazza, incendi di auto, scontri con la polizia e con gli abitanti. Gesti estremi di ribellione di fronte a situazioni  che per noi è difficile anche soltanto immaginare. 

Ma difficile non vuol dire impossibile. Per chi vuole documentarsi suggerisco un libro straordinario, Bilal, del collega dell’Espresso Fabrizio Gatti. Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi è il sottotitolo, e tutta  l’ultima parte racconta nel dettaglio che cosa Gatti, finto extracomunitario, ha dovuto sopportare quando raccoglieva pomodori nelle campagne pugliesi. 

E’ forse troppo sperare che Roberto  Maroni trovi il tempo per leggere Bilal. Ma da un ministro dell’interno che si è  più volte dimostrato migliore di alcuni predecessori espressi dal  centro sinistra ci si aspetterebbe una conoscenza del territorio italiano e dei suoi problemi  un po’ meno superficiale. “In tutti questi anni – ha spiegato Maroni ai compiacenti microfoni di Canale 5 – è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, una immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato una  situazione di forte degrado. Stiamo ponendo fine agli sbarchi che hanno alimentato il degrado, e a poco a poco porteremo la situazione alla normalità”. 

Non una parola sulla n’drangheta, che a Rosarno, per ammissione degli stessi investigatori, un qualche ruolo ce l’ha. Non una parola sugli  imprenditori agricoli che dell’ immigrazione clandestina hanno bisogno, e che sullo sfruttamento della disperazione costruiscono fortune milionarie. Non una parola sulle connivenze  degli apparati dello stato, che non vedono, non sentono e non parlano, perché così conviene a tutti quanti. Non una parola, infine, sulla ricerca dei colpevoli della sparatoria che ha portato alla ribellione, e sulla formazione di ronde armate di cittadini cosiddetti  “per bene” decisi a regolare i conti con i rivoltosi. 

Non sono criminali, i clandestini di Rosarno, e il degrado in cui vivono dipende soltanto in minima parte dai loro comportamenti. Viviamo in una società schizofrenica, dove l’extracomunitario  è demonizzato, umiliato, a volte odiato. Ma è anche utile, perché accetta i lavori che noi rifiutiamo, perché ci costa poco, perché la sua esistenza al di fuori delle regole ci porta un tangibile vantaggio. Con buona pace del ministro Maroni e del popolo leghista,  è questo il motivo vero che impedisce una efficace  chiusura delle frontiere, ed è su questa contraddizione che bisognerebbe ragionare per trovare soluzioni accettabili al grande, epocale problema delle migrazioni.Se non lo si fa, se si continua a parlare per slogan capaci soltanto di solleticare la parte peggiore di tutti noi, altre Rosarno ci aspetteranno nei prossimi mesi.  Anche la capacità di sopportazione dei disperati, prima o poi, finisce. 

Politica e influenza

Parliamo di politica. Non dello stucchevole teatrino quotidiano, del botta e risposta tra i grossi calibri e delle deprimenti dichiarazione dei portavoce, ma della politica vera, quella che prende decisioni vincolanti per tutti noi. 
Parliamo dei vaccini contro l’influenza H1N1, di cui l’Italia, per decisione del governo, ha comperato 24 milioni di dosi con la modica spesa di 184 milioni di euro. Di queste, appena ottocentomila sono state finora utilizzate. 
Siamo in buona compagnia, per la verità: americani, inglesi, tedeschi  e francesi hanno comperato più dosi di noi, e adesso, come noi, si ritrovano con i magazzini pieni di fiale che nessuno vuole. I francesi stanno tentando di venderle agli arabi. Altri, sfidando il ridicolo e tutti i più seri studi epidemiologici,  spiegano che le dosi serviranno tra qualche settimana, quando arriverà il cosiddetto picco dell’influenza. Altri ancora tacciono imbarazzati, e meditano sulle dichiarazioni del ministro della salute polacco , Eva Kopacz, che del vaccino non ha comperato neppure una dose, spiegando  ai parlamentari del suo paese di essere in grado di distinguere tra una situazione oggettiva e una truffa. E se ci è riuscita lei, perché non ci sono riusciti loro? O meglio, perché non ci siamo riusciti noi italiani? 

Che sull’influenza H1N1 qualcuno abbia giocato sporco era apparso chiaro fin dal primo momento. Margareth Chan, l’ineffabile direttrice dell’organizzazione mondiale della sanità – che per inciso non è un medico, ma una economista con trascorsi non del tutto limpidi nella natia Honk Kong –   non ha avuto remore nel parlare apertamente di pandemia, ben sapendo che questo termine tecnico descrive semplicemente la  diffusione su scala mondiale di una qualsiasi epidemia,  ma ha per il pubblico dei non addetti ai lavori un significato assai più allarmante . Uno dei principali consiglieri della signora,  il grande virologo olandese Albert Osterhaus, ha sostenuto fin da subito, nonostante i molti rassicuranti rapporti sulla pericolosità della infezione, che il virus sarebbe mutato, e che c’era il rischio di una ecatombe. Le sue idee sono molto piaciute  all’ESWI, un grande  workshop internazionale sull’influenza che si è riunito a settembre in Belgio, guarda caso con i copiosi finanziamenti di tutte le principali case farmaceutiche del mondo. I giornali e le televisioni hanno fatto  il resto.

E che dire dei vaccini? Un solo produttore non sarebbe stato in grado di coprire tutte le richieste, e così sul mercato si sono presentati tra gli altri Glaxo, Baxter,  e Novartis,  il cui presidente ha risposto alla richiesta dell’OMS di mettere a disposizione dosi a basso prezzo per i paesi poveri spiegando che la sua azienda non è un ente di beneficenza. Diversi l’uno dall’altro, questi vaccini hanno una caratteristica in comune. Sono stati prodotti così in fretta da non poter essere testati in modo adeguato. Probabilmente non fanno male – anche se in Germania sono state segnalate alcune morti sospette tra persone appena vaccinate – ma la loro efficacia è quantomeno dubbia. Così come è dubbia l’efficacia del Tamiflu – l’antiinfluenzale della Roche che andava a ruba ai già tempi della SARS e della aviaria – delle mascherine e dei gel disinfettanti. Una piccola confezione di questi ultimi costa tre euro. Una saponetta costa di meno, dura di più, e qualsiasi igienista vi potrà spiegare che è più efficace. 

Qualcuno, però è morto, anche in Italia.  Non lo si può negare, ma si può cercare di capire. Una normale influenza di stagione, di quelle che arrivano, colpiscono e se ne vanno senza spaventare nessuno, ha una mortalità dell’uno per mille. La mortalità del virus H1N1, in Italia e in quasi tutti gli altri paesi industrializzati nel mondo, è stata fino a questo momento di sette volte inferiore. Vicina allo zero, ha spiegato Umberto  Veronesi, che non è un infettivologo, ma i suoi contatti con i migliori specialisti del mondo li ha. E sempre Veronesi racconta  che uno specialista come Montaigner , lo scopritore del virus HIV, dice di ritenere molto improbabile una mutazione pericolosa di questo virus. 

A chi credere, allora? La politica italiana, quella che dovrebbe prendere le decisioni giuste per tutti noi, ha fatto la sua scelta, e molto probabilmente ha sbagliato. In buona compagnia, ma ha sbagliato. 

Bettino



Questa storia di Craxi figlio di una grande Milano e  politico lungimirante proprio non mi va giù. Mica per le tangenti, i nani e le ballerine, che pure dovrebbero avere  il loro peso in qualsiasi tipo di ripensamento storico. E’ perché, giovane cronista, mi è capitato a volte di incontrarlo. E non ne ho mai avuto una grande opinione.

I primi tempi ero armato di taccuino, e al termine di ogni colloquio mi ritrovavo a guardare desolato pagine di appunti piene di banalità. Lui non era ancora presidente del consiglio, e aveva un chiodo fisso: i comunisti che avevano impedito lo sviluppo del paese andavano sconfitti, il futuro erano i nuovi socialisti, piene di idee  avanzatissime, moderne e in linea con l’Europa. 
Poi sostituii il taccuino con la telecamera. Lui era diventato presidente del consiglio.  Non guardava l’obiettivo, e neppure l’ interlocutore. Non erano naturali quello sguardo perso nel vuoto, quell’eloquio lento e – almeno nelle intenzioni – ieratico. Forse glieli aveva suggeriti un consulente d’immagine, per dare l’idea di uno  statista al di sopra delle meschine beghe politiche quotidiane. Ma il risultato era controproducente, faceva pensare a una parte mal recitata, a un deliberato tentativo di nascondersi e soprattutto di nascondere. 

Sensazioni personali, che non dovrebbero tradursi in giudizio storico e politico? Può darsi. Ma qualcuno prima o poi dovrà spiegare perché il partito socialista  edificato da Craxi a sua immagine e somiglianza non riuscì mai  a  capitalizzare la posizione di ago della bilancia nella politica nazionale e una situazione internazionale favorevolissima. Quelli erano anni di splendore per le socialdemocrazie europee. In Italia i socialisti non andarono mai molto oltre il 10 per cento dei consensi.  Un po’ poco per un partito che voleva traghettare l’Italia nel terzo millennio a colpi di stilisti e champagne.

I giudici di Mani Pulite non avevano ancora incominciato ad indagare. Quando lo fecero, nel 1992, colpirono molti socialisti, ma anche molti democristiani e molti comunisti. Eppure nella memoria collettiva tangentopoli è quasi esclusivamente una storia socialista.  Lo riconoscono tutti gli ex, compresi quelli che oggi, nel decennale della morte di Craxi, gridano al complotto e puntano alla sua postuma rivalutazione.  La DC si smembrò, i comunisti cambiarono nome e ragione sociale. Ma soltanto i socialisti furono annichiliti anche nella reputazione. Le barzellette sui socialisti ladri non sono una invenzione dei giudici, e continueranno a pesare a lungo  in una Italia che in questi ultimi anni ha visto e ingoiato di tutto. 

Perso dietro ai suoi sogni di potere, Craxi ha lasciato che il collante ideale  di un partito di grande tradizione si squagliasse, ha sostituito uomini  di valore con arrivisti senza scrupoli, ha preferito il piccolo cabotaggio a una seria politica riformista, lo spregiudicato tatticismo ad una coerente azione di rinnovamento. E per di più lo ha fatto senza tenere conto del bilancio dello stato,  che durante il suo governo ha raggiunto disavanzi di tipo sudamericano. 

Non sono tra quelli che credono al complotti giustizialisti. Ma, ammesso e non concesso che i giudici abbiano voluto infierire su di lui e sul suo partito, ci si dovrebbe chiedere perché lo abbiano potuto fare impunemente, con il sostegno della grande maggioranza della popolazione, compresi molti di coloro che oggi preparano pellegrinaggi riparatori ad Hammamet. La mia risposta è che lo hanno potuto fare perchè Bettino Craxi ha sbagliato. La storia di un politico che ha distrutto il suo partito può e deve essere studiata, possibilmente senza preconcetti. Ma non mi sembra il caso di prenderla ad esempio. 

Il web è meglio

Lavoro in televisione, e mi piace.  Sono uno dei pochi fortunati che non si è mai svegliato la mattina sentendo il peso di quello che avrebbe dovuto fare nel corso della giornata. Però in casa la televisione è quasi sempre spenta. La uso per guardare i DVD, oppure qualche selezionatissimo programma, come Luciana Litizzetto o  il discorso di fine anno del presidente Napolitano, per inciso piuttosto bello. I telegiornali no, li ho proprio aboliti. Un po’ perchè  non mi piace la maggior parte di  quelli attualmente proposti .  Molto perchè anche i migliori arrivano sempre in ritardo rispetto al web, e non sono in grado di competere con la sua ricchezza di contenuti.


A saperla usare la rete è straordinaria, ti permette di costruire il giornale che vuoi e di  approfondire gli argomenti che ti interessano, ti aiuta a valutare  le notizie attraverso il confronto delle posizioni e delle fonti, ti segue ovunque grazie ai telefonini.  Certo, il fatto che tutti possano affrontare qualsiasi tema  al di fuori di ogni controllo può avere alcune controindicazioni. Che però mi paiono poca cosa di fronte al grande vantaggio rappresentato proprio da quel “tutti”. Perchè,  se ci pensate un momento, non è che in televisione i controlli di qualità siano poi così garantiti. Di controlli, in effetti, ce ne sono tantissimi, mirati, molto rigidi nell’imporre alcuni argomenti e nell’escluderne altri.  Ma la qualità? 

I signori dei palinsesti  sembrano aver coscientemente deciso che i programmi debbano essere suadenti, non problematici, e anche un po’ servili verso i poteri costituiti, siano essi partiti, imprenditori,  o semplici pro-loco. La parola d’ordine è “intrattenimento”. Le poche eccezioni sono confinate in orari marginali, oppure demonizzate da solerti lacchè con il bollino rosso della “partigianeria”.  In ogni caso, anche quando è tollerata, la loro presenza è  annegata in un mare di stupidità, non dà fastidio, non inceppa i bene oliati meccanismi  della più potente macchina del consenso mai inventata dall’uomo. 
Tra una televisione che nasconde la realtà e un web dove accanto alle notizie vere  si possono incontrare sciocchezze di ogni sorta e qualche maniaco,  la differenza è secondo me a tutto vantaggio del web. E non mi sembra di essere il solo a pensarla così. 

Tutte le  analisi concordano sul fatto che le televisioni generaliste stanno perdendo colpi. Il pubblico consapevole  le abbandona, e anche la fetta più giovane del bersaglio grosso di ogni televisione, l’enorme platea di chi non è mai andato oltre la scuola dell’obbligo, trova nella rete qualcosa che la televisione tradizionale può dare soltanto a pochissimi: la possibilità di esibirsi  per qualche secondo davanti a una platea più vasta. Il successo dei blog, di Youtube, di Facebook,  e più in generale di tutti i siti di condivisione lo dimostra. Sarà un processo lento e non sempre lineare, perchè ancora per qualche anno sarà la televisione a dettar legge, decretando il successo dei  suoi eroi anche sul web, o, all’inverso, portando gli eroi del web sullo schermo. Ma la vittoria del web è sicura. Il problema è che il vincitore conservi le sue caratteristiche essenziali: accessibilità e libertà assolute. E forse non è un caso che proprio accessibilità e libertà della  rete vengano periodicamente messe in discussione. Accade in Iran. Accade in Cina. E qualcuno vorrebbe che accadesse anche in Italia.