La festa è finita

Sei miliardi e ottocento milioni. La Terra non è mai stata così popolata, e potrebbe raggiungere i nove miliardi già nel 2042, otto anni prima del previsto. Nutrirsi diventa sempre più difficile. A novembre  l’indice del paniere elaborato dalla FAO tenendo conto del prezzo globale di cereali, latticini, olio carne e zucchero era  di 168,  ben oltre la soglia di sicurezza dei 120 punti, che non era mai stata  superata prima della crisi che ci ha travolti nel 2008.

Due miliardi degli attuali abitanti, sempre secondo la FAO, soffrono di denutrizione. Ottocento milioni sono “ammalati” di  fame, e possono morire da un momento all’altro.  Anche la sete miete le sue vittime al ritmo di  tre milioni e mezzo all’anno, mentre  si calcola che l’ottanta per cento delle malattie che affliggono i paesi in via di sviluppo dipenda dalla scarsa qualità dell’acqua a disposizione.
Intanto, nel ricco occidente, il prezzo del petrolio ha di nuovo superato i 70 dollari al barile: Quello dell’oro è ormai stabilmente al di sopra dei 1100 dollari all’oncia. Materie prime indispensabili e di largo consumo, come il rame, stanno diventando  così rare che alcuni paesi riaprono  le miniere abbandonate negli anni ottanta perché ritenute non redditizie. Nonostante tutti gli sforzi, la scienza e la tecnologia non sono stati finora in grado di modificare in modo significativo il rapporto tra le crescenti necessità e le risorse disponibili. Anzi, periodiche follie, dall’influenza A all’aviaria, dalla  mucca pazza alla SARS, spingono i governi a spendere miliardi in campagne di vaccinazione dall’efficacia quantomeno dubbia, mentre nessuno sembra preoccuparsi  dei rifiuti che ci sommergono, dell’aria diventata irrespirabile, delle temperature che salgono e mettono a rischio l’equilibrio del pianeta. Dei tassi di disoccupazione a due cifre non si parla mai. Sul  fallimento di qualche banca si sono versati fiumi di inchiostro, con toni apocalittici.  Così sono stati  buttati altri miliardi per salvare una finanza impazzita, i cui protagonisti,  convinti di  avere superato il peggio, hanno ricominciato a giocare gli stessi giochi pericolosi del passato.

“Fare soldi per fare soldi per fare soldi. Se esistono altre prospettive chiedo scusa, non ne ho viste”. Così scriveva quasi cinquanta  anni fa Giorgio Bocca in un memorabile articolo sul miracolo economico a Vigevano, nella bassa Lombarda. Così si potrebbe scrivere oggi guardando non alla piccola e industriosa Vigevano, ma al mondo intero. Un mondo che sembra innalzare una sola bandiera, quella del mercato, per meglio nascondere le sue  stridenti contraddizioni.

Come sempre, con l’avvicinarsi della fine dell’anno, commentatori di ogni colore si esibiscono nelle previsioni per il 2010 che verrà. Molti sostengono che la crisi sarà presto superata, e guardano con ottimismo al futuro. Noi non ne siamo convinti. Può darsi che  ancora una volta la parte più ricca del mondo riesca ad imporre la sua legge  e  a salvare per qualche tempo  i privilegi acquisiti. Ma il prezzo che tutti gli altri dovranno pagare sarà troppo alto per le loro capacità di sopportazione. Quei clandestini che i paesi ricchi del mondo tentano vanamente di fermare alle frontiere  sono lì per ricordare a tutti quanti che la festa è finita.

Una brutta storia



Come forse qualcuno sa, sono uno dei tutors del master di giornalismo organizzato a Torino  dall’università e dall’ordine nazionale dei giornalisti. Ogni due anni venti giovani vengono preparati per l’ammissione all’esame di stato e ottengono l’ambito tesserino rosso del professionista. Vengono scelti con una selezione che prevede scritti e orali, frequentano otto ore di lezione al giorno, preparano un mensile cartaceo diffuso in trentacinquemila copie, gestiscono un sito (www.futura.unito.it), producono un giornale radio quotidiano, e alcuni apprezzati video. Uno di questi, sulla carta di Treviso che fissa le norme deontologiche per  il trattamento delle notizie sui minori, è stato appena premiato a New York presso le Nazioni Unite. Ma il premio vero  i ragazzi del master lo stanno ricevendo  sul mercato del lavoro. In questi tempi difficili per il giornalismo italiano, quasi tutti quelli che sono usciti dai due bienni precedenti stanno lavorando. Magari precari, magari in qualche oscuro ufficio stampa, magari in proprio con qualche difficoltà a sbarcare il lunario. Comunque giornalisti.


Perché vi racconto tutto questo? Perché sul biennio in corso si è abbattuta una tegola che rischia in primo luogo di invalidare il percorso svolto finora dai venti iscritti, e in secondo luogo di chiudere l’esperienza del master torinese. In estrema sintesi, uno dei candidati esclusi nell’ultima selezione ha presentato un ricorso al TAR, sostenendo che vi erano state scorrettezze nelle prove di esame. Il TAR gli ha dato ragione, con una sentenza molto dura  e – secondo me – ingiusta. Non preoccupatevi, non intendo qui riaprire un processo che auspico venga  ridiscusso  in secondo grado nella sede propria del consiglio di stato. Dirò soltanto che le irregolarità formali denunciate dallo studente escluso ci sono sicuramente state – ad esempio è vero che il decreto di nomina della commissione esaminatrice è stato firmato dal rettore dell’università dopo che questa aveva operato – ma non sono state frutto di un dolo finalizzato a scegliere alcuni candidati e a escluderne altri, semmai di semplice  sciatteria. E che al candidato escluso, dopo le sue proteste, l’università aveva invano proposto di ripetere la prova riconvocando la commissione  in \”autotutela”.


Che cosa sta accadendo però in queste ore? La sentenza del TAR è stata usata come una clava dai nemici del master per colpire alle fondamenta una esperienza a mio parere importante  nel desolante panorama del giornalismo italiano. Non tutti i sessanta giovani che lo hanno frequentato in questi anni diventeranno dei Montanelli. Tutti però hanno una caratteristica rara: checché ne dica il TAR, nessuno di loro è stato ammesso perché figlio, amico o portaborse di qualcuno. Tutti hanno superato un corso di studio universitario, e dunque – si presume – letto qualche libro. Tutti conoscono almeno una lingua  straniera.
Alcuni  di noi guardano con preoccupazione alla deriva di un mestiere che sempre più spesso confonde la comunicazione con l\’informazione, il taglia e incolla con la ricerca della notizia, i microfoni aperti sempre e comunque con il confronto ragionato. Può darsi che la tendenza sia irreversibile. Ma è certo che l’unico modo per fermarla passa attraverso la formazione di giornalisti più preparati e  consapevoli del proprio ruolo sociale. I sedici master  che operano in Italia, con tutti i loro difetti, si stanno muovendo  in questa direzione.  Sono il primo passo verso un giornalista che – almeno in partenza – abbia la stessa dignità di un medico, di un avvocato, di un architetto. Ed è per questo che non piacciono.


Ora,  fintantoché l’ostilità si manifesta nella solita battuta “loro hanno studiato, ma noi abbiamo consumato le suole delle scarpe” va tutto bene, anche se qualcuno potrebbe far notare che  nel giornalismo di oggi la maggior parte dei colleghi resta  tutto il giorno al desk o in saletta di montaggio, dove le suole delle scarpe notoriamente  non si consumano.   Va meno bene quando un ordine nazionale dei giornalisti in piena fibrillazione elettorale coglie la palla al balzo – e l’assenza per malattia del suo presidente Lorenzo Del Boca – per decidere di non presentare ricorso al consiglio di stato contro la sentenza del TAR, lasciando alla sola università l’onore della difesa del master. Una scelta incomprensibile, visto che il master è stato voluto  da ordine nazionale e università, e  che appartengono all’ordine non soltanto i tutors del master, ma anche, come praticanti, i venti allievi. Una scelta che l’ordine dei giornalisti  del Piemonte  non ha fortunatamente condiviso. Un  bel documento in difesa del master come “patrimonio di tutti i giornalisti piemontesi e luogo di formazione aperta, concreta, indispensabile per far nascere i giornalisti delle nuove generazioni” è  stato appena pubblicato sul sito  www.odgpiemonte.it . Vale la pena leggerlo.

Sputtanano l\’Italia

Sputtanano l’Italia, dice Berlusconi commentando le dichiarazioni del pentito Spatuzza sui suoi ambigui rapporti con la mafia. Giormali e televisioni  compiacenti registrano, e nei prossimi giorni  – ne siamo certi – solerti commentatori sosterranno che quelle di Spatuzza sono soltanto parole prive di riscontri, che male fanno i magistrati a esporre il presidente del consiglio alla gogna mediatica, e che facendolo invadono impropriamente il campo della politica, dove ben altre sono le regole e le priorità. Tra loro, purtroppo  ci saranno anche alcuni autorevoli rappresentanti del  principale partito di opposizione. Lo hanno già fatto, quando hanno sostenuto pubblicamente  il suo diritto a difendersi non soltanto nel processo, ma anche dal processo, oppure cercando accordi sotto banco per sottrarlo a una giustizia che secondo costituzione dovrebbe essere uguale per tutti.

Sputtanano l’Italia, diciamo noi. E non pensiamo a Spatuzza. Ogni giorno l’immagine di questo paese si deteriora davanti  agli occhi di chi ci guarda dall’estero, e anche davanti agli occhi di chi tra noi continua a pensare che fatti, comportamenti e dichiarazioni abbiano un senso. Che cosa dovremmo pensare della proposta di inserire una croce nella bandiera nazionale? Della brillante idea di una cassa integrazione ridotta per gli extracomunitari? Di un ministro della pubblica istruzione che dice di voler premiare i meritevoli e colpire i furbi, ma abbandona la natia Lombardia per  sostenere  l’esame di stato per l’avvocatura nella più morbida  Reggio Calabria? Di un ministro per la funzione pubblica che dopo avere ripetutamente insultato l’universo mondo, compreso il collega ministro dell’economia, vuole preparare un regolamento per obbligare i pubblici dipendenti alla gentilezza? Del ministro delle pari opportunità tacciamo, la sua storia personale è nota.  Di quello del welfare, che vuole spiegare ai medici come e dove usare un medicinale approvato da tutte le agenzie internazionali del farmaco, è meglio non parlare. Di quello degli esteri non sapremmo cosa dire.

E fossero soltanto i ministri. Guardiamo alla cronaca.  Un governatore di centro sinistra  si dimette per una squallida storia di trans , video e ricatti. Non è sicuramente bello. Ma è ancora meno bello il   fatto che due delle persone coinvolte in quella vicenda siano morte in circostanze misteriose, e che quel video sia transitato anche nelle aziende del presidente del consiglio. Altro video, altro ricatto, questa volta a una parlamentare del centro destra. Che va in televisione e straccia il  giornale che l’ha sbattuta in prima pagina. Guarda caso, è quello di proprietà della famiglia del presidente del consiglio. 

Sull’economia bisognerebbe scrivere un trattato, cominciando con l’Alitalia e finendo con Termini Imerese. In mezzo, tutto un ventaglio di spunti straordinari. La crisi che prima c’e’, poi non c’e’ più.  Poi c’e’ ma non è così grave come la descrivono quei comunisti dei giornali. Le grandi opere che sono una priorità del governo, ma non partono mai, e intanto crollano quelle piccole e mai finite. Gli incentivi per l’auto, che premieranno una grande azienda italiana recentemente costretta a richiamare la bellezza di 500 mila vetture a causa del rischio di rottura dello sterzo. Le tasse che abbiamo deciso di tagliare. Ma non subito.

Capitolo politica estera. Oltre confine i i comunisti diventano buoni. Vedi Putin e Lukashenko, così amati dai loro popoli. Gli arabi sono sempre cattivi. Anzi no, perchè c’e’ anche quel simpaticone di Gheddafi, con tutto il suo petrolio e la voglia di comperare il Milan. Quanto alle guerre che combattiamo un po’ di qui e un po’ di là, ma senza dirlo e pagando alcuni nemici perchè la smettano di spararci addosso, prima o poi ci ritireremo, ma intanto mandiamo un migliaio di soldati in più, come ci ha chiesto l’abbronzatissimo Obama. 

Impossibile raccontarle tutte. Le forze vengono meno, insieme alla speranza. Perchè prese una per una queste storie possono pure essere divertenti, ma il quadro complessivo è drammatico. E’ il quadro di un paese dove uno dopo l’altra stanno saltando le regole del vivere civile, le convenzioni che stanno alla base dei patti sociali. La decadenza senile del presidente del consiglio è evidente, l’insofferenza nei suoi confronti diffusa anche nel centro destra. Ma i guasti che ha prodotto o quantomeno enfatizzato gli sopravviveranno. 

Un piccolo grande libro

Oggi voglio parlarvi di un piccolo grande libro, “Le due guerre. Perchè l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia”. Lo ha scritto il giudice Giancarlo Caselli , con una nota introduttiva del figlio Stefano, che ne è a tutti gli effetti coautore anche se, con modestia inusuale per un giornalista, non compare in copertina. Marco Travaglio ha scritto la postfazione.

Piccolo grande libro, dicevo. Piccolo per le dimensioni, centocinquanta pagine. Per il prezzo, quindici euro. Per la casa editrice, la milanese Melampo, che ha un catalogo di qualità ma non ancora una grande distribuzione. Così forse qualche aspirante lettore avrà difficoltà a comperarlo, ed è un vero peccato. Perchè questo libro è davvero grande. Grande per quello che racconta dei due momenti più duri attraversati da questo paese nel dopoguerra: la stagione del terrorismo, che oggi, nonostante qualche sanguinoso sussulto, possiamo a buon diritto sentire lontana, e la guerra alla mafia, che continua anche se nessuno ne parla più. Caselli è stato, anzi è ancora un protagonista su entrambi i fronti. E il solo fatto che lui racconti quegli anni, gli attentati e le indagini, i processi, la vita di giudici e poliziotti, l’angoscia delle famiglie, gli attacchi dei nemici e la solidarietà degli amici, dovrebbe essere in questo nostro strano paese un avvenimento. I giornali dovrebbero parlarne, i telegiornali dovrebbero chiedergli interviste, almeno qualcuno dei tanti superpagati conduttori dovrebbe sentire il bisogno di organizzare una serata di buona televisione. Invece, silenzio. Il libro di cui si discute oggi è l’ultima fatica di Bruno Vespa, “Donne di cuori”, che ci racconta con dovizia di particolari il ruolo delle donne nei letti dei potenti della storia, compreso quello condominiale donato da Putin al nostro inesausto primo ministro.

Ma torniamo al libro vero, a “Le due guerre”. Dei singoli episodi è inutile parlare qui. Basti dire che alcuni sono noti, altri meno, altri ancora, ad esempio nei rari momenti in cui Caselli indulge a parlare di sè e della sua famiglia, non sono mai stati raccontati. Mi preme invece sottolineare che la forza del libro consiste nell’averli messi insieme, ricostruendo attraverso i fatti un quadro generale agghiacciante nella sua semplicità. Non è Caselli a dire che lo stato ha sconfitto il terrorismo perchè lo ha voluto, e non ha sconfitto la mafia perchè non lo ha voluto. Sono i fatti, messi in fila uno dopo l’altro, quasi senza commenti.

Fatti, semplici fatti. Ed è qui che la mia recensione del libro di Caselli si collega a un discorso più complesso, che mi sta a cuore perchè riguarda il mondo dell’informazione in Italia. O meglio, il mondo della informazione sconfitta dalla comunicazione, dove i giornalisti hanno abdicato al loro ruolo, sono diventati passacarte e megafoni di contenuti decisi ed elaborati altrove, hanno rinunciato a ogni controllo ed esame critico. Oggi chiunque sia abbastanza forte dal punto di vista economico, politico e anche, purtroppo, criminale, è in grado di far sentire la propria voce, sovrastando quella dei meno organizzati, dei meno furbi, dei meno aggressivi. Dei più deboli, insomma. Quando i fatti scompaiono, quando l’informazione cede il passo, arriva il rumore, il vociare indistinto dove torti e ragioni si confondono, si mescolano, si ribaltano. La vicenda del processo Andreotti, di cui Caselli parla diffusamente, è emblematica. La prescrizione di un imputato riconosciuto colpevole dal tribunale, che sarebbe stata infamante per qualunque politico di un qualunque paese civile, è diventata sui giornali e sulle televisioni una assoluzione, con successiva santificazione dell’imputato. Il tempo farà giustizia, ma intanto il danno è stato fatto, le responsabilità sono state dimenticate, la verità è stata nascosta.

Accade ogni giorno, purtroppo.L’imbarbarimento è generale, e non è necessario chiamarsi Andreotti per approfittarne. Sono però convinto che l’antidoto ci sia. Si chiama ritorno ai fatti. Che non sono mai, come vorrebbero alcuni dei peggiori cultori del giornalismo della comunicazione, “oggettivi”. La semplice, legittima e necessaria operazione di inserirli in un contesto, di spiegarne la genesi e le conseguenze, di metterne in luce relazioni e motivazioni, li rende formidabili avversari del rumore che ci avvolge.

Torniamo ai fatti, prendiamo esempio dal libro di Caselli. Il tempo è galantuomo.

L\’informazione è malata

L’informazione italiana è malata. Per rendersene conto non servono analisi complesse, basta confrontare i nostri giornali e le nostre televisioni con quelle di altri paesi, dove esistono testate di bassissimo livello culturale, storture, omissioni e menzogne esattamente come da noi. Ma non c’è traccia di abiezioni come il pastone politico dei telegiornali, le interviste compiacenti non sono la norma, le opinioni degli esperti non vengono furbescamente utilizzate dai direttori per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, evitando assunzioni di responsabilità che potrebbero risultare sgradite ai potenti di turno.

Colpa di Berlusconi, della sua posizione dominante in campo televisivo e pubblicitario, del mai risolto conflitto di interessi? Anche, ma non solo. Perchè se l’informazione italiana è caduta così in basso da non poter più essere definita informazione, se le voci critiche sono così poche e di così scarso successo editoriale da far pensare che il paese preferisca il rumore della comunicazione pubblicitaria al rigore della notizia, la colpa è in primo luogo di chi lavora nel settore, e ha accettato la dequalificazione e l’asservimento del suo lavoro.
Faccio due esempi che non riguardano la politica, e proprio per questo sono significativi. I giornalisti sportivi, che nel dopo partita accettano di intervistare i calciatori designati dalle società. I cronisti di nera, che scrivono tutti le stesse cose, copiate dai comunicati e delle conferenza stampa delle questure. Siamo diventati portavoce, reggitori di microfono, comunicatori di messaggi che altri hanno elaborato per noi.

Dicevo queste stesse cose qualche anno fa ad alcuni autorevoli esponenti della sinistra dell’epoca, e mi rendevo conto che mi ascoltavano senza capire, perchè tutta la loro attenzione andava ai minutaggi dei telegiornali e alle dichiarazioni da mandare alle agenzie in risposta a quelle dell’avversario. Semplicemente non erano interessati alla qualità della informazione, verso la quale provavano anzi un po’ di fastidio, perchè la vedevano come una sorta di contropotere al di fuori di ogni controllo. I fatti hanno dimostrato la loro cecità, perchè è inevitabile che in un contesto di questo genere trionfino i più ricchi e potenti, quelli capaci di imporre al sistema dei media non soltanto l’agenda degli argomenti, ma anche il modo di trattarli.

Che fare allora? Un primo, ineludibile passaggio riguarda la formazione e l’accesso alla professione. Per fare il medico, l’avvocato, l’ingegnere bisogna aver seguito un percorso universitario. Per fare il giornalista basta essere parente di un giornalista, portaborse di un politico, amico di un editore. Non è detto che una laurea sia garanzia di buon giornalismo. Se non altro, però, presuppone un minimo di applicazione, la lettura di qualche libro, lo studio di una lingua straniera. E introduce nella scelta dei nuovi giornalisti un primo parziale criterio di selezione legato al merito, che, almeno nella televisione pubblica, andrebbe integrato con seri concorsi.

Il secondo passaggio è decisamente più complesso e riguarda la struttura del sistema dei media in Italia. Avremo occasione di parlarne.

Quindici giorni in Uganda

Quindici giorni sono sicuramente pochi per capire l\’Africa. Ma forse bastano per raccontare quanto l\’Africa colpisca un visitatore che non si accontenti di restare nel circuito dei lodges di lusso, riservati a una clientela danarosa e per lo più bianca.


I quindici giorni in Uganda, dove Elisa e io abbiamo raggiunto nostra figlia Sara, ci hanno naturalmente portato nei grandi parchi degli elefanti, degli ippopotami e dei leoni arrampicati sugli alberi per sfuggire al caldo e alle mosche. Ma ci hanno anche fatto scoprire come vivono i contadini bakonzo nelle loro capanne di fango sui crinali del Ruwenzori, i preti cattolici neri che che educano la gente senza cercare di convertirla, i professori universitari, i taxisti, i predicatori capaci di trascinare le folle con forsennate campagne contro la promiscuità e il disordine sessuale.

Abbiamo visto città e campagne, laghi e montagne, savane e rigogliose coltivazioni di thè che nessun locale può permettersi di bere. Abbiamo visto un mondo diverso, dove nulla si può dare per scontato. L\’acqua, quasi certamente inquinata. Il cibo, che per te c\’e\’, e per il tuo vicino no. La salute, che in occidente è un diritto, mentre qui è una conquista che va difesa giorno dopo giorno, lavandosi le mani ogni volta che si può, facendo attenzione agli insetti, lottando contro l\’onnipresente polvere rossa e le nuvole di smog che si alzano dai roghi dei rifiuti e dagli scappamenti dei diesel rottamati importati dal Giappone. L\’istruzione, perchè in questo paese giovane, dove la vita media non arriva ai cinquanta anni per lo spaventoso tasso di mortalità infantile, le scuole sono dappertutto, pubbliche e soprattutto private, gestite dalle tante confessioni religiose che miracolosamente convivono senza conflitti. Li vedi, quei bambini vestiti con le loro semplici divise tutte uguali, mentre giocano nei cortili degli istituti, o camminano sui bordi delle strade con un quaderno stracciato in mano. Imparano a leggere e scrivere l\’ inglese, lingua ufficiale di un paese creato sulla carta dai conquistatori bianchi. Qualcuno di loro forse ce la farà, andrà all\’università di Makerere, sulla collina di Kampala dove un tempo lontano il re dei Buganda si chinò per raccogliere un fazzoletto, dando il nome alla località. CI dicono che a Makerere non si paga. Ma le ammissioni ai corsi sono così importanti che gli elenchi degli aventi diritto stanno in prima pagina su tutti i giornali. In quei nomi c\’e\’ la speranza di un paese.

Nella parrocchia di Ibanda che ci ha ospitato per qualche giorno padre Ciriako prega ogni volta che ci si mette a tavola. Non è un rito, il suo. E\’ una preghiera che anche un laico può condividere, perchè dà alle cose un valore diverso. Pollo, riso, banane stanno davanti al tuo piatto, e tu pensi che potrebbero anche non esserci. Pensi che quel pollo, quel riso, quelle banane sono più importanti di tutto quello che fino a qualche giorno prima ti aveva appassionato, indignato, coinvolto. Non so quanto queste sensazioni dureranno, quando gli agi dell\’occidente riprenderanno il sopravvento. So però che in Africa ritornerò.

Dopo i ballottaggi

A ballottaggi conclusi, confermo il mio giudizio sulle ultime elezioni. Per il centro sinistra nel suo complesso non è andata poi così male. Perchè se è vero che il PD ha perso quattro milioni di elettori, che il variegato arcipelago della sinistra ha disperso i suoi voti – compreso il mio –   e che molte amministrazioni locali hanno cambiato colore, è altrettanto vero  che tra i due blocchi non vi è stato un consistente travaso di voti.  Il centro destra non ha sfondato, e nei prossimi mesi dovrà fare i conti con la decadenza senile dell\’uomo che lo ha plasmato. Un problema di cui i notabili della maggioranza sono ben consci,  e che l\’informazione compiacente non potrà nascondere a lungo agli italiani. 


E\’ un periodo difficile, quello che ci aspetta, e secondo me ha ragione D\’Alema quando annuncia altre scosse e evoca scenari imprevedibili per il paese. Proprio per questo, diventa di straordinaria importanza il congresso del PD. La  pretesa di autosufficienza di questo partito è stata a mio avviso  la causa principale della sconfitta del centro sinistra, che si è consumata nelle urne dell\’aprile del  2008, ma era diventata ineluttabile l\’anno precedente, con la discesa in campo di Veltroni al Lingotto di Torino. Lì, tra gli applausi e le suggestioni della politica del \”ma anche\”,  venne affondato il traballante governo Prodi, anche se il colpo di grazia arrivò in parlamento per mano di Dini e Mastella.  
Oggi, però, per quanto si possa essere critici nei confronti del PD, non si può non considerarlo il \”motore primo\” di qualsiasi futura alleanza di centro sinistra. E tra i tanti pretendenti alla segreteria la mia preferenza va a quello che più di tutti  sembra mettere in discussione il Lingotto. Pierluigi Bersani ammette che da soli non si può fare nulla,  dice in modo chiaro di voler riconoscere l\’autonomia delle altre forze di opposizione, e promette di lavorare per definire in modo chiaro un nuovo campo del centro sinistra. Per il PD immagina un futuro come partito del lavoro, laico, popolare, che sta – cito più o meno testualmente dal suo programma – dove stanno gli altri partiti progressisti europei, e vuole andare avanti senza perdere di vista un passato dove tanti hanno pagato prezzi altissimi.  

Non sarà molto, ma non è nemmeno poco. Perchè un PD con queste caratteristiche può almeno in potenza ricominciare a fare a politica, tessere rapporti, costruire strategie. Paradossalmente, senza pretese egemoniche può essere egemone in una coalizione di forze unita da un progetto comune.  E\’ vero, per ben due volte il centro sinistra è imploso, per ben due volte Prodi è stato mandato a casa non dai suoi avversari politici, ma dai suoi alleati.  Però la stessa cosa è accaduta  a Berlusconi nel 1994 con il tradimento della Lega, e potrebbe accadere ancora con il peggiorare della crisi economica e  della sua salute mentale. La  instabilità politica è una caratteristica tutta italiana, con la quale chiunque governi deve fare i conti. Si può pensare di arginarla, ma non è possibile abolirla per decreto. La semplificazione del quadro politico non è un valore assoluto, e tutti coloro che l\’hanno inseguita come un obiettivo prioritario hanno poi pagato dazio con gli elettori, come è accaduto al PD, e come sta accadendo anche al PDL. 

Non è andata poi così male

Non è poi andata così male. Bastava guardare la faccia dei portavoce del centro destra mentre dicevano di avere vinto per capirlo. L\’opposizione ha perso, ma tutta insieme ha avuto trecentomila voti in più della maggioranza, e migliori prospettive di recupero nella gran massa degli astensionisti, che sono diventati il primo partito d\’Italia. Ovviamente, a condizione che sappia fare l\’opposizione, su un programma condiviso e con un leader efficace.

Il risultato di queste elezioni parla soprattutto al centro sinistra, perchè il crollo del PD – quattro milioni di voti in meno rispetto alle politiche – dimostra chiaramente che quella dell\’autosufficienza era una pretesa assurda e immotivata. Le tante anime del centro sinistra non possono stare dentro un unico partito, perchè ne paralizzano l\’azione. Mentre una coalizione di partiti, ognuno con una identità ben definita, potrebbe essere al tempo stesso più libera di discutere e più vincolata nell\’agire. Come dicevo in un post precedente, non si tratta di inventare nuove alchimie. Nel nostro paese abbiamo un modello efficiente di pubblica amministrazione nei comuni, dove il sindaco ha un forte potere personale, ma riesce a mettere d\’accordo i partiti della sua coalizione senza troppo prevaricarne le loro competenze, e governa in genere per tutta la durata del suo mandato. Non si capisce – o forse si capisce fin troppo bene – perchè questo modello, basato su un sistema elettorale a doppio turno, non venga adottato anche a livello nazionale.

Imparerà il PD la lezione? A giudicare dall\’andamento del dibattito post-elettorale, dalle schermaglie precongressuali tra leaders o presunti tali, dagli inquietanti ritorni sulla scena di personaggi che speravamo dimenticati per sempre come Bertinotti e Veltroni, si direbbe proprio di no. Ma non bisogna perdere la speranza. Come sempre accade nelle situazioni di grande instabilità a livello mondiale, la politica non può restare ferma, e questo vale a maggior ragione per il nostro paese, guidato da un arzillo vecchietto in piena crisi di senilità. Paradossalmente, del dorato declino di Berlusconi sembra al momento più consapevole il centro destra del centro sinistra. Non si spiegano diversamente i distinguo di Fini, il peloso sostegno della Lega, i silenzi di Tremonti, le prese di distanze di un politico accorto Lombardo nel forziere elettorale siciliano. E che dire di piccoli sgarbi come quello consumato a Torino, dove la candidata del centro destra per la provincia, la semisconosciuta Porchietto, ha fatto sapere che considerava controproducente una comparsata del premier in vista del ballottaggio di domenica?

In uno scenario di questo genere, il PD e le altre componenti del centro sinistra, da Di Pietro alla cosiddetta sinistra radicale ai verdi, dovrebbero avere il coraggio di uscire dalle piccole schermaglie quotidiane, abbandonando i tatticismi del politichese per dire in modo e chiaro e semplice al paese che cosa vogliono. Certo, correrebbero rischio di perdere qualcuno per strada. Ma potrebbero anche vincere la scommessa e recuperarne molti altri. Me, per esempio.

L\’ho fatto

L’ho fatto. Con il mio voto di ieri mi sono staccato per la prima volta in vita mia dal partito che, almeno da un punto di vista congressuale, è l’erede di quel PCI che mio nonno contribuì a fondare, e per il quale mio padre ha lavorato. Non che il PD tenga in modo particolare a questa eredità, visto che si considera una proposta politica completamente nuova in un mondo cambiato, e che i suoi leader proclamano orgogliosamente di rappresentare una feconda contaminazione di tradizioni, politiche, culture. Che il partito frutto di questa contaminazione non sia neppure  stato in grado di spiegare agli elettori dove sederà nel prossimo parlamento europeo sembra a loro del tutto irrilevante. Ma a me no, e credo che quelli come me siano tanti. Vedremo domani, a scrutini conclusi.
Oggi però vorrei spiegare la mia scelta, che per la cronaca è caduta su  Sinistra e Libertà. Lo so, il rischio che questo partito non raggiunga il quorum è alto, e se il mio voto andrà disperso, il vincitore annunciato Berlusconi  mi ringrazierà. Ma in questa fase la priorità non è la costruzione di un fragile argine alla destra, che andrà comunque avanti per la sua strada per altri quattro anni in virtù del disastroso risultato elettorale dello scorso aprile. Il problema è cercare di capire perché da allora, nonostante disoccupazione, disastri economici e terremoti, il centro sinistra all’opposizione non sia neppure stato in grado di mantenere le posizioni.
Io credo che la risposta sia tutto sommato semplice. Perché il PD, che del centro sinistra è  l’azionista di riferimento, non ha fatto e non vuole fare una vera opposizione. CI ha rinunciato innanzi tutto da un punto di vista culturale, accettando l’idea che questo mondo consumistico e globalizzato sia il migliore dei mondi possibile, sposando parole d’ordine che perfino alla destra non piacciono più come liberalismo e privatizzazioni, introiettando una idea di società non conflittuale che esiste solo nella falsa rappresentazione del pensiero unico televisivo . E  ci ha rinunciato anche dal punto di vista della tattica, perché, al di là del teatrino quotidiano delle contrapposte dichiarazioni,  si è accordato con la destra per  arrivare a una forzata semplificazione bipolare del quadro politico. Una semplificazione che oggi passa attraverso le leggi elettorali “porcata” e l’accesso privilegiato  ai mezzi di comunicazione,  e domani attraverso le cosiddette “riforme di sistema”. Che saranno, manco a dirlo, frutto di un accordo bipartisan.
Che cosa spera di ottenere il PD da questa tattica? Fino  a pochi mesi fa la risposta dei suoi  strateghi sarebbe stata immediata: i voti del centro, indispensabili per vincere. Ma dopo le elezioni americane  le loro certezze, che Zapatero non era riuscito a scalfire, sono un po’ meno granitiche. Perchè Obama ha vinto con un programma molto avanzato, capace di mobilitare strati di popolazione che in precedenza non avevano mai partecipato al voto. E adesso, proprio come Zapatero,  si sta dando da fare per realizzarlo.
E’ vero. l’Italia non è gli Stati Uniti, e neppure la Spagna con la quale peraltro condivide l’ingombrante presenza della Chiesa di papa Ratzinger. Ma il dubbio che anche nel nostro paese la conquista del consenso possa passare attraverso una proposta di vero  rinnovamento dovrebbe almeno venire.
Provo a fare qualche esempio, in ordine sparso.  Una ridefinizione dei settori che per il loro interesse strategico devono essere regolati dalla mano pubblica, come la scuola, la sanità, le telecomunicazioni, i trasporti. Una politica energetica che punti sul risparmio e le fonti rinnovabili. Un sistema dei media che rompa davvero  il duopolio esistente  e restituisca dignità culturale al servizio pubblico. Un sistema fiscale efficiente e progressivo, con pene detentive pesanti per gli evasori. Uno snellimento dei meccanismi parlamentari, con una differenziazione dei ruoli tra le due camere e l’estensione del sistema elettorale a doppio turno che dato così buona prova di sé nei comuni. Una radicale riforma degli enti locali, con l’abolizione di province e comunità montane. Una piena accettazione del principio dell’equilibrio tra i  poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Una sostanziale revisione dell’elefantiaco corpus di leggi che dovrebbe governarci e di fatto non ci governa, a cominciare da tutte quelle emanate “ad personam” dai governi Berlusconi. L’abolizione del concordato, perché lo stato torni ad essere uno stato laico, dove tutte le religioni siano ospiti gradite e non padrone di casa. Maggiori stanziamenti per la ricerca e l’innovazione. Un efficiente controllo pubblico sul sistema bancario, con particolare riguardo ai prestiti al buio che vengono concessi alle aziende private in difficoltà. Una profonda riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, con maggiori garanzie per il precariato, oggi vantaggioso soltanto per il datore di lavoro, mentre sul piano della remunerazione dovrebbe esserlo anche per il lavoratore. In politica estera, basta con le prese di distanza da una Europa che è la nostra unica garanzia di sopravvivenza in un mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio. E basta con le avventure militari in nome di una democrazia che finora non siamo stati in grado di garantire neppure in casa nostra.
L’elenco è confuso, forse contradditorio, sicuramente parziale. Ma mi sembra utile per dare un’idea di quello che pensa oggi un elettore di sinistra che non si sente rappresentato dal principale partito di opposizione, e per questo ha deciso di punirlo nell’urna.
Resta da dire che cosa questo elettore si aspetta nel prossimo futuro. Ma questo sarà oggetto del prossimo intervento, quando conosceremo i risultati del voto.

Rutelli, per esempio

Rutelli, per esempio. Aveva già perso una volta, rovinosamente, contro Berlusconi, e molti avevano commentato che la sua sconfitta era in fondo l\’unica vera consolazione per la vittoria dell\’avversario.  Nelle  amministrative romane gli elettori  avevano fatto capire con grande chiarezza di averne piene le tasche di lui e del suo papismo. Centomila voti in meno del post-fascista Alemanno, mentre un elettorato molto simile   aveva dato al candidato PD in provincia, Nicola Zingaretti,   sessantamila voti di vantaggio sul candidato del PDL Antoniozzi.

E il PD? Invece di stracciarsi le vesti per l\’infelice scelta del candidato, e pensionarlo in via definitiva, ha pensato bene di proporlo per uno dei pochi incarichi istituzionali rimasti all\’opposizione in questo parlamento, la guida del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica. Non c\’era di mezzo un voto popolare, e le cose sono andate per il verso – si fa per dire –  giusto. Adesso Rutelli controlla i nostri servizi segreti, e in questa veste presenta emendamenti alla legge sul testamento biologico, dice di essere molto irritato per il modo tendenzioso con il quale vengono presentate le sue ragionevoli proposte, e discute più o meno segretamente con il bel Casini di quel che faranno insieme dopo il previsto tracollo del PD nelle europee di giugno.

Ci si domanda: perchè? Perchè Rutelli? Perchè Binetti, perchè  Dorina Bianchi,  eletta nel 2001 con il centrodestra, e oggi al posto di  Ignazio Marino in commissione sanità mentre si discute di una legge che la stragrande maggioranza degli elettori reali e potenziali del centro sinistra considera immonda? Perchè un partito di persone mediamente intelligenti persevera in un comportamento così masochista? Non occorre essere dei raffinati analisti del flussi elettorali per capire che i voti persi, continuando su questa strada, saranno molto più numerosi di quelli guadagnati. E se anche fosse vero il contrario, se insistendo nel non prendere mai posizioni nette il PD guadagnasse qualche voto, vogliamo dire chiaramente che quei voti non si potrebbero poi tradurre in scelte di governo?
Io non capisco.  I miei amici non capiscono. Le mie figlie  e gli amici delle mie figlie non capiscono. E soprattutto sembra che questi nostri dubbi non interessino a nessuno dei leader piccoli e grandi di un partito che si dice nuovo,  e si è proposto l\’ambizioso  proposito di cambiare la politica italiana, europea e mondiale. Alla politica mondiale sta fortunatamente pensando Obama. Invece , al  momento,  questo partito non è neppure in grado di tenersi il mio piccolo, misero consenso.  Per tutta la vita ho sempre votato a sinistra, prima il PCI, poi il PDS, poi i DS, infine il PD.  Adesso basta. Alle prossime europee farò una scelta diversa, non per una sterile protesta, ma per un freddo – e anche un po\’ disperato – calcolo politico. Soltanto da un crollo elettorale del PD, infatti, può  partire quel processo di ricomposizione del centro sinistra italiano che a mio avviso deve fondarsi su due distinte aggregazioni. Da una parte una sinistra moderna, laica e socialista, che guardi ai tanti paesi dove proposte di questo tipo  oggi governano, in Europa e al di fuori dell\’Europa. Dall\’altra un centro  che non viva di rendita, ma intercetti davvero i voti moderati, un centro con il quale si possano fare alleanze su un programma chiaro e definito.
Già sento le obiezioni. La sinistra è troppo divisa, non abbiamo le stesse idee sulla pace e sulla guerra, non la pensiamo allo stesso modo sulle grandi scelte economiche e sociali, non c\’e\’ possibilità di dialogo tra TAV e anti TAV, abbiamo una idea diversa della sicurezza, e via elencando. Rispondo. Intanto ricostituiamola  cercando il dialogo con la parte più ragionevole delle forze di sinistra escluse dal parlamento, con l\’obiettivo di  un  programma minimo alternativo al governo Berlusconi. Poi si vedrà. D\’altra parte  le attuali  divisioni all\’interno del PD sono enormi, e  hanno paralizzato la sua azione su tutti i più importanti temi affrontati dalla politica in questi mesi. Dal mio punto di vista – di parte lo ammetto, ma non per questo meno sentito – la prima preoccupazione del mio partito dovrebbe essere quella di recuperare me, non il Mastella di turno.