I delusi del centro sinistra

Comunque finiscano i ballottaggi, il voto delle amministrative di ieri è stato uno tsunami per PD, che ha perso voti e soprattutto ha dimostrato di non essere più in grado di intercettare il disagio politico e sociale espresso da un astensionismo senza precedenti. Sono tanti in questi giorni gli elettori di sinistra che si sentono privi di una rappresentanza. E io avrei voluto scrivere qui della mia delusione e di quel che spero per il futuro. Poi ho scoperto di essere stato preceduto dal mio amico e collega Stefano Tallia. Concordo pienamente con quello che ha scritto questa mattina sul blog talliastefano.blogspot.it , e lo riproduco  con il suo permesso.

Provo a spiegare per quale ragione ho varcato la porta del seggio con grande riluttanza e solo a poche ore dalla chiusura delle urne.  Ho dato, credo, il voto più svogliato e arrabbiato della mia vita e non mi sorprende che quasi la metà dei miei concittadini, molti dei quali provenienti dalla sinistra, abbia scelto di restare a casa.
Dunque, sono da sempre un elettore di sinistra e più volte ho dichiarato di non sentirmi rappresentato dal Pd. Non mi rappresentano l’arroganza bullesca del suo leader, l’azione di governo che da un lato indebolisce le tutele per i lavoratori e dall’altro strizza l’occhio ai poteri forti, l’approssimazione con la quale viene maneggiata una materia delicata come la Costituzione. Scendendo verso il livello locale, non mi rappresentano i piccoli e grandi ras locali che controllano pacchetti di voti di provenienza talvolta dubbia, non mi rappresenta chi ha estinto il dibattito politico per far spazio alla conta tra le correnti, non mi rappresenta un partito che -fatti i debiti rapporti storici-  assomiglia sempre più al Psi craxiano, anche nella sua deriva etica. Perché i valori saranno anche oggetti del passato, ma senza di quelli una formazione politica perde la bussola.
Per mesi ho quindi auspicato la nascita di un soggetto forte alla sinistra del Pd, un soggetto capace di intercettare i tanti delusi che hanno trovato rifugio sotto al tetto dei cinque stelle o che sono rifluiti nell’astensione. Il processo al quale abbiamo assistito e che ha portato alle candidature di Fassina a Roma, Airaudo a Torino e Rizzo a Milano, altro non è stato invece che l’ennesima riproposizione di un gruppo dirigente segnato da innumerevoli sconfitte che non ha avuto la generosità di farsi da parte per lanciare un progetto davvero innovativo. Il risultato elettorale che è stato al di sotto di quanto ottenuto dalla lista Tsipras appena un anno fa, certifica questa incapacità.
A chi si chiede ancora perché in Italia non nasca una forza come “Podemos” credo sia sufficiente suggerire di guardare il volto sorridente e combattivo di Pablo Iglesias e poi confrontarlo con quello imbolsito dagli anni e dalle sconfitte dei vari Airaudo, Fassina, Rizzo (Basilio, ma anche Marco…).
E’ un fatto generazionale, ma non solo. Chi a sinistra cerca una strada alternativa deve sapere che l’Italia migliore, quella che ha studiato e può guidare un cambiamento vero, si è allontanata da tempo dalle stanze della politica. Si sbatte con contratti precari nelle università o nei centri di ricerca, è andata in giro per il mondo a portare solidarietà nelle associazioni o nella grandi organizzazioni internazionali, non si riconosce in partiti che sono occupati da chi se ne serve per cercare di realizzare i propri scopi personali.  
Ciò di cui avremmo bisogno è invece una politica che tornasse ad essere al servizio delle idee. Chi lo pensa, oggi, si sente però come un profugo alla ricerca di una patria che sappia accoglierlo. Proprio come quelle migliaia di uomini e donne che premono alle porte dell’Europa e che una sinistra pavida, immemore della sua storia e dei propri valori difende con voce troppo flebile. 
Tornare ad alzare la voce per difendere i più deboli: solo così si può riguadagnare il consenso perduto.

Denaro in rete


Da quando è comparso sulla scena, nel 2009, il bitcoin è una spina nel fianco della economia tradizionale e delle potentissime istituzioni che la sostengono e cercano di imporre al mondo le proprie regole di comportamento e di organizzazione sociale. Questa moneta virtuale, autoregolata dai sofisticati codici cifrati di una rete di computer senza padroni, è anche la dimostrazione che si può creare un efficiente sistema di scambio al di fuori del controllo del potere. Ed è difficile non vedere nelle accuse dei suoi critici, che lo accusano di facilitare il riciclaggio grazie all\’anonimato delle transazioni,  la malafede di chi vorrebbe frenarne la diffusione per conservare ai governi il privilegio del battere moneta.
Facciamo un passo indietro, all\’epoca delle  monete d\’oro e d\’argento, che avevano un valore pari a quello del metallo impiegato nel conio. Poi arrivò la carta moneta, con un valore nominale che aveva il suo fondamento e la sua garanzia nelle riserve auree degli stati che la stampavano. Ma con gli accordi di Bretton Woods, stipulati nel 1944, il punto di riferimento degli scambi internazionali divenne la moneta dello stato più forte, il dollaro, che nel 1971 fu costretto a sospendere la sua convertibilità  in oro. Nel mondo ne circolavano troppi, e non era più possibile garantirli con le riserve. Da allora il sistema monetario si regge esclusivamente sulla fiducia dei cittadini nei confronti di chi stampa la moneta, siano essi singoli stati o organismi come la banca centrale europea. Una fiducia automatica, spesso inconsapevole, e non priva di rischi. Ad esempio  quando qualcuno decide di stampare moneta per rilanciare l\’economia, e crea inflazione.
Dietro la nascita del bitcoin c\’era il rifiuto di questo  sistema, reso possibile dai progressi dell\’informatica e del web. Accettare in pagamento  dollari o euro è un atto di fede – dicevano i suoi inventori – e noi abbiamo più fiducia nei nostri computer che nei governi.  Il denaro è in rete. Tutti gli scambi  si basano su metodi crittografici molto avanzati, che garantiscono la sicurezza e impediscono gli abusi. La creazione di nuova moneta è una scelta degli utenti, e non una decisione unilaterale di qualche banca centrale. Non ci sono commissioni, i trasferimenti sono semplicissimi e soprattutto rapidi, la platea degli utilizzatori cresce e arriva fino ai singoli esercizi commerciali. 
Dal 2009 i  bitcoin si sono rapidamente diffusi, e sono diventati un mezzo comune di pagamento anche nelle grandi transazioni internazionali. Qualcuno ne ha approfittato,  speculando sulla variabilità del loro prezzo, come peraltro avviene da tempo immemorabile con le monete tradizionali. E non sono mancate battute d\’arresto. Il mistero che ancora circonda Satoshi Nakamoto, il leggendario padre del sistema,  ha aiutato avventurieri come l\’australiano Craig Wright a conquistarsi qualche giorno di celebrità a buon mercato per scopi non ancora ben chiariti.  La  strada, però, è aperta. Dopo i bitcoin sono arrivate decine di altre criptovalute, che ne condividono i principi di base, ma usano sistemi informatici diversi. Fermarle sarà  impossibile. 

Vi ricorda qualcosa?

Tempi duri per l\’economia. Un po\’ dappertutto nel mondo, al netto della propaganda nella quale siamo maestri,  le stime di crescita vengono riviste al ribasso, e il pessimismo degli analisti si riflette sugli umori dell\’opinione pubblica. Quello che è male per l\’economia – ripetono in coro giornali e televisioni – è male per tutti. Ma è giusto anche ricordare che non tutti gli economisti accettano questo automatismo. Molti e qualificati studiosi contestano ad esempio l\’importanza del PIL – il prodotto interno lordo – come misura dello stato di salute di un paese, perché non tiene conto di fattori importanti come il benessere degli individui e la giustizia sociale. Altri lavorano su concetti completamente diversi. 
Angus Deaton è uno studioso scozzese con le carte in regola, visto che è stato appena insignito del premio Nobel. Tantissimi i suoi contributi alla ricerca. Però quello che ha fatto più discutere è un argomento apparentemente impalpabile come la felicità . Deaton ha dimostrato, dati alla mano, che  nei paesi avanzati esiste una soglia della felicità  legata al reddito annuo, che si attesta sui 63 mila euro. Una volta superata, il livello della felicità  non aumenta. Deaton ha anche sostenuto che una economia volta all\’accumulazione può sicuramente portare a enormi ricchezze individuali, ma che queste ricchezze  non sono necessariamente un vantaggio per la collettività . Per quanto faccia – spiega – un supericco non riuscirà  mai a mangiare più di tre volte al giorno, o a navigare su due yacht contemporaneamente. 

L\’ultima opera di questo economista fuori dal coro si intitola The Great Escape, la grande fuga. E ha come sottotitolo la salute, la ricchezza e le origini della diseguaglianza. Che è spesso  – dice Deaton – una conseguenza del cosiddetto \”progresso\”. Non tutti si arricchiscono nello stesso momento, non tutti riescono ad avere automaticamente accesso all\’acqua potabile, ai vaccini, o ai farmaci per la prevenzione delle malattie cardiache. E A loro volta le disuguaglianze incidono sullo sviluppo. Per esempio, i nuovi ricchi possono utilizzare il proprio potere per indurre i politici a ridimensionare i programmi di istruzione pubblica e di assistenza sanitaria di cui non hanno bisogno. Un comportamento che non è soltanto iniquo, ma anche stupido, perché riduce la capacità di spesa delle famiglie meno abbienti, che consumeranno di meno, e rallenteranno la ripresa del ciclo economico. Vi ricorda qualcosa?

Fuga dalle urne

L’Italia è davvero uno strano paese. Qualche mese fa il senato ha votato, tra molte proteste, la nuova legge sulle unioni civili. La stessa legge è stata definitivamente approvata pochi giorni fa dalla camera nel giubilo generale. Quello che prima era considerato un compromesso al ribasso incompleto e discriminatorio è diventato all’improvviso un grande  passo avanti sulla strada della civiltà, salutato in piazza dallo sventolio delle bandiere. 
E’ del tutto evidente che un atteggiamento così schizofrenico non abbia nulla a che vedere con i contenuti di una legge rimasta invariata fin nelle virgole, ma dipenda in larga misura dal modo cui essa è stata raccontata dal sistema dei media a una opinione pubblica dalla memoria corta, mediamente disinformata e facilmente manipolabile. E che la vicenda delle unioni civili sia soltanto l’ultima delle tante questioni affrontate da gran parte della  nostra classe politica con la stessa faciloneria, a suon di parole vuote dietro le quali si nascondono interessi più o meno confessabili. 
Fa dunque particolarmente piacere scoprire che non tutti i politici sono uguali. Prendiamo Federico Fornaro, senatore PD e esponente di spicco della minoranza, stakanovista delle presenze in aula e appassionato studioso dei flussi elettorali. La sua ultima fatica letteraria, Fuga dalle Urne, pubblicata da Epokè, affronta lo spinoso tema della crescente disaffezione degli italiani per il voto in un modo molto solido e concreto, con il sostegno di una massa di dati imponente che parte dall’Ottocento e arriva ai giorni nostri. Dati ufficiali, incontestabili, e quindi, capaci di reggere alle ingiurie del tempo e del nostro antico vizio di far prevalere le opinioni sui fatti.
Non che Fornaro non abbia la sua opinione, tutt’altro. Ad esempio quando ci racconta che  oggi nel mondo ci sono 117 democrazie elettive – erano appena 12 dopo la fine della seconda guerra mondiale – e che la grande maggioranza della popolazione mondiale preferisce la democrazia ad altre forme di governo,  non manca di far notare che la sua vittoria è accompagnata dal più basso livello storicamente raggiunto nella fiducia dei parlamenti, nei governi e nei partiti. Una crisi di legittimazione – dice Fornaro – che si manifesta attraverso un costante aumento dell’astensionismo, una elevata infedeltà nel voto, e in un forte calo di adesione ai partiti politici. 
Dunque  il non voto non è soltanto una curiosità statistica, da dimenticare subito dopo la chiusura degli scrutini, perché “tanto gli astensionisti” non contano.  Se è vero che la partecipazione è  uno dei principali indicatori del corretto funzionamento di una democrazia, occorre dedicare alla mancata partecipazione molta più attenzione di quanto si sia fatto finora. Anche perché – spiega Fornaro – negli ultimi tempi il rifiuto del voto è diventato per molti un atto intenzionale di persone demotivate al punto di negare il consenso al sistema. Un fenomeno che si intreccia a quello degli elettori “intermittenti” che decidono a seconda del tipo di competizione e della offerta politica se votare oppure no, e che mette a disposizione di chiunque sappia solleticarne interessi e aspirazioni una imponente massa di manovra. 
Particolarmente efficaci e preoccupanti, da questo punto di vista, sembrano le  critiche radicali al funzionamento della democrazia rappresentativa portate avanti in tutta Europa da alcuni movimenti di tipo populistico, che negano l’importanza dei partiti e puntano tutto sul ruolo carismatico di leader ritenuti capaci di prendere la decisione giusta al momento giusto, senza sottostare alle pastoie delle procedure parlamentari. Continuare a ignorare  il problema – conclude Fornaro e io sono d\’accordo con lui – potrebbe essere molto pericoloso. 

Un boomerang per Renzi

Dodici milioni e 788 mila italiani hanno votato sì al referendum sulle trivelle. Non sono bastati per raggiungere il quorum. Ma sono pur sempre quattro milioni in più di quelli che nelle elezioni politiche del  2013 hanno votato il partito democratico, e un milione e mezzo in più di quelli che lo hanno votato  alle europee del  2014. 
Irritarli, come ha fatto Matteo Renzi prima del referendum invitando il paese all’astensione, e subito dopo con tutta una serie di commenti sarcastici sulla sua inutilità,  non mi è francamente sembrata una buona idea. Sono in larga maggioranza elettori della sinistra, indispensabili per vincere quando la sopravvivenza della maggioranza non dipenderà più dalla compravendita dei senatori verdiniani, ma dalle urne. 
Molti di questi elettori si ricorderanno delle telefonate tra il ministro Guidi e il fidanzato, che pretendeva un trattamento di favore dal governo trattandola  \”come una sguattera del Guatemala\”. Molti rifletteranno sulle tante inchieste che dimostrano una sola verità: dai giacimenti italiani escono più favori agli amici che idrocarburi. Infine, molti  si indigneranno per il disprezzo dimostrato dal presidente del consiglio nei confronti di un modo di intendere la partecipazione, e più in generale la politica, che è o dovrebbe essere proprio della sinistra.

Avremo la controprova tra poche settimane, quando  si voterà per rinnovare le amministrazioni comunali di città importanti. Roma e Napoli sono date per perse, Milano è in bilico, a Torino il sindaco uscente dovrà probabilmente sottoporsi ai tempi supplementari del ballottaggio. Per un centrosinistra già in difficoltà gli sfottò di Renzi e dei suoi  patetici cloni sul fallimento referendario saranno un bel boomerang. Ne sono convinto, perché io sono uno di quegli elettori. Non pretendo di avere  la verità in tasca. Ma la mia opinione, come è ovvio,  influenzerà il mio voto.


Il prezzo della disuguaglianza

La violenza dello scontro nel centro sinistra italiano dimostra che non siamo di fronte alle solite schermaglie per il potere tra leader e aspiranti tali, con i loro codazzi starnazzanti di nani e ballerine. C’é in gioco qualcosa di più profondo, e cioè l’idea di che cosa debba essere la sinistra in un mondo globalizzato, molto diverso da come lo avevamo immaginato nel secolo scorso. 
Avevo inizialmente riposto qualche speranza in Renzi e nella sua voglia di smuovere le acque stagnanti della politica.  Le poche e pessime cose fatte in  questi mesi dal suo governo dimostrano a mio avviso che non era soltanto un simpatico cacciaballe, ma anche una marionetta al servizio di un progetto di sistematica distruzione del welfare e di trasformazione dello stato in senso autoritario. Un progetto che ricorda un po’ troppo da vicino le idee di un certo Licio Gelli. 
C’é  purtroppo una parte consistente del centro sinistra che di queste analogie non si cura perché troppo ignorante e distratta dal potere e dagli affari. Dimentichiamola senza rimpianti.  Agli altri, dentro e fuori il PD, in maggioranza o all’opposizione, cani sciolti o organizzati, orfani del centralismo democratico o di altre tradizioni politiche, vecchi militanti o neofiti della politica, astensionisti o teorici del voto con il naso turato, vorrei dare qui un suggerimento di lettura: Il prezzo della disuguaglianza, scritto da Joseph E. Stiglitz nel 2012, e pubblicato in Italia da Einaudi. Sono 470 pagine piuttosto complesse, ma vale la pena di affrontarle, perché parlano delle stesse cose che ci fanno discutere, e a volte litigare. 
Quello della disuguaglianza è troppo spesso un tema  generico, che tende a suscitare  reazioni di tipo etico.  Sappiamo confusamente che non è una buona cosa, e ignoriamo i meccanismi che la provocano. Ma Stiglitz è un premio Nobel per l’economia che  insegna alla Columbia University dopo essere stato uno dei principali consulenti di Bill Clinton, e aver ricoperto l’incarico di capo dei consiglieri economici della Banca Mondiale. E’ abituato a lavorare  con i numeri e racconta la disuguaglianza per quello che è davvero: il risultato di scelte economiche e politiche non ineluttabili e in ultima analisi sbagliate,  perché condizionate da quell’un per cento della popolazione che nel corso degli ultimi anni ha tratto vantaggio dalle iniquità del sistema a danno di tutti gli altri.
Il libro è troppo denso  per essere riassunto. Vale però la pena di riportare una delle sue tesi centrali, che ribalta una delle argomentazioni più amate e ripetute fino allo sfinimento dai giornali e dalle televisioni controllati dal potere, quello della centralità del mercato e della sua capacità di autoregolarsi.  “Benché possano essere in gioco forze economiche sottostanti – scrive Stiglitz – la politica ha plasmato il mercato e lo ha fatto con modalità che avvantaggiano chi sta in cima a discapito degli altri. Qualunque sistema economico deve avere regole e regolamentazioni, deve operare all’interno di una struttura giuridica. Esistono però molti modelli diversi di queste strutture, e ciascuno comporta determinate conseguenze sulla distribuzione della ricchezza, così come sulla crescita, l’efficienza e la stabilità. L’élite economica ha spinto per un modello che la privilegiasse rispetto agli altri, ma questo è un sistema economico non efficiente né equo. Mostrerò come la nostra disuguaglianza si rifletta in ogni decisione importante che prendiamo come nazione – dal budget alla politica monetaria fino al nostro sistema giudiziario – e come tali decisioni contribuiscano a loro volta a perpetuare ed esacerbare la disuguaglianza”. 
Stiglitz parla ovviamente degli Stati Uniti, ma quello che dice vale per tutti noi. E’ difficile non condividere, a meno di non essere in malafede, la  sua pacata analisi della globalizzazione, le sue riflessioni sul ruolo destabilizzante della finanza, le sue critiche alle scelte strategiche del fondo monetario internazionale, mai fini a se stesse, ma accompagnate da proposte concrete di riforma, praticabili se soltanto lo si volesse. Stiglitz non è né un rivoluzionario né un sognatore, ma uno studioso molto concreto e appassionato. La sinistra italiana, orfana di un passato che non tornerà e prigioniera di una classe dirigente interessata soltanto a perpetuare se stessa, ha un disperato bisogno di uomini come lui. Da troppi anni è incapace da una autonoma riflessione culturale, e sembra aver dimenticato che  soltanto con lo studio e con una chiara comprensione dei fenomeni potrà sperare di cambiare un mondo ingiusto e sul punto di scoppiare. 

Tutto il resto è fuffa, come i discorsi di Renzi e della sua corte di miracolati. 

Non c\’e\’ niente da perdere

Che non siano tempi facili per il  giornalismo italiano è cosa evidente. Sono in pericolo i posti di lavoro, gli stipendi, e le pensioni. E anche sulla qualità ci sarebbe molto da dire. 
L’inquietudine appare evidente dalle discussioni tra colleghi e dalle polemiche, non prive di colpi bassi, che coinvolgono i nostri organismi di categoria. A Fiuggi, pochi giorni fa, si è ritrovato un folto gruppo di amici con l’ambizioso obiettivo di dare vita un “nuovo” movimento sindacale. Non ho  potuto dare  il mio contributo alla discussione, e, per quello che vale, lo faccio qui.

Innanzitutto una notazione di metodo. Un movimento che vede tra i suoi padri fondatori gli attuali vertici della FNSI, dell’INPGI, della Casagit e dell’Usigrai – mancavano quelli dell’Ordine, ma c’era uno dei possibili candidati alla presidenza – può essere definito “nuovo” soltanto se nel suo programma ci sono veri elementi di discontinuità con il passato. In caso contrario rischia di essere il solito, poco entusiasmante, tentativo di aggregazione in vista delle prossime scadenze elettorali. E questo è pericoloso, perché, come ha recentemente scoperto il PD, il tempo dei bravi soldatini, che andavano a votare sempre e comunque, è finito.

Incominciamo con l’Ordine. E’ un pachiderma appesantito dagli anni e da una legge che consente l’accesso a chiunque abbia scritto una breve sul più infimo dei bollettini, o anche semplicemente maneggi qualche documento vagamente assimilabile a una notizia. Tra professionisti e pubblicisti gli iscritti sono oltre 110 mila, uno ogni 550 italiani, e basterebbe questa cifra per capire che qualcosa non va. Ma ogni tentativo di riforma si scontra  con la volontà di conservazione di un apparato che ha l’unico scopo di perpetuare se stesso. Prendiamo atto che siamo rimasti uno dei pochi paesi al mondo ad avere un ordine dei giornalisti, e battiamoci con forza per la sua abolizione. E’ una proposta comprensibile, condivisa da molti colleghi e dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, e può trovare in parlamento i voti necessari.
Qualcuno dice che l’abolizione dell’Ordine potrebbe essere pericolosa per la sopravvivenza degli altri istituti di categoria. Anche in questo caso, però, l’esempio di altri paesi dove il giornalismo di qualità non ha bisogno di essere certificato dalla legge dimostra che non è vero. Si tratterebbe semplicemente di riformarli. Un intervento che in questo periodo di crisi sembra in ogni caso inevitabile, come dimostra con drammatica evidenza il caso dell’INPGI. 

Molti commentatori si sono esercitati sul tema del giornalismo che cambia, e non mi sembra il caso di aggiungermi alla schiera. Vorrei però sottolineare un aspetto di cui secondo me non si sono ancora colte tutte le implicazioni. Tra le infinite possibilità offerte dalla rete c’e’ anche quella di dare immediata visibilità a qualsiasi contenuto, senza alcun tipo di mediazione. Chiunque può dire la sua, dalle grandi istituzioni alle legioni di imbecilli su cui si è  recentemente soffermato Umberto Eco. E, se tutti possono farlo, viene meno il ruolo sociale di coloro che fino a pochi anni fa detenevano l’immenso potere di dare e togliere la parola sui giornali e in televisione. Non sono più necessari giornalisti ben pagati per confezionare pezzi con il copia e incolla, per porgere il microfono al potente di turno, o per mettere in rete immagini di gattini  o signorine discinte.  Con o senza tesserino, chi lavora in questo modo non è un collega.   

Dobbiamo per questo rinunciare alla speranza che  l’informazione conservi un valore, anche di mercato, nel futuro digitale che ci attende? Io penso di no. Ma deve essere una vera informazione, ben distinta dalla comunicazione e dalla pubblicità. Per farla servono giornalisti consapevoli e appassionati, qualità che non si imparano nelle scuole di giornalismo e nei corsi di formazione, e neppure possono essere imposte per contratto. Ma aiutano, così come aiutano l’autorevolezza che viene dalla competenza, la lealtà  nei confronti del pubblico, e la voglia di raccontare il mondo per cambiarlo, che è cosa ben diversa dalla acritica accettazione dell’esistente. 

Nelle redazioni, soprattutto tra i giovani,  cresce il disinteresse  nei confronti di un sindacato che perde iscritti  e capacità di mobilitazione.  Attendiamo ancora di sapere quali risultati abbiano ottenuto sul piano dell’occupazione i sacrifici accettati con l’ultimo contratto, chiuso tra molte difficoltà e strascichi polemici. A Fiuggi si è giustamente detto che è tempo di cambiare strada. Ma in quale direzione dobbiamo andare? Qualche anno fa abbiamo scelto di puntare sull’allargamento indiscriminato della platea degli iscritti, nella convinzione che il numero avrebbe fatto la forza. Oggi sentiamo suggestivi appelli alla solidarietà nei confronti di non meglio identificate generazioni future e  alla assoluta necessità di  rimettere in moto un mercato del lavoro che ci ostiniamo a considerare giornalistico anche se di fatto non lo è più. 
Può darsi che mi sbagli. Anzi, spero di sbagliarmi.  Ma vedo forte  il rischio di una battaglia persa in partenza, e mi chiedo se il sindacato non farebbe meglio a battersi per difendere quel che è rimasto della professione senza farsi troppo condizionare dalle esigenze delle sue controparti editoriali e da un mondo politico che apprezza i giornalisti soltanto quando si comportano come zerbini.  E per il futuro? In un paese come il nostro il sindacato dovrebbe tornare ad essere un sindacato di idee, con l’obiettivo primario far crescere l’esile ma necessaria piantina del  giornalismo critico. Insomma, meno iscritti e più qualità, perché Il giornalismo può sperare di salvarsi soltanto se recupera la sua funzione originaria di controllore del potere. 

La strada del compromesso non ci ha salvato dalla crisi. Dunque, coraggio. Non c’e’ niente da perdere.

La memoria corta degli italiani

Sono passati settanta anni. I vecchi partigiani di oggi sono i giovanissimi di allora, quasi tutti militari sbandati che salirono in montagna in odio all’ex alleato tedesco, o renitenti alla leva che non volevano entrare nelle milizie di Salò. E hanno una cosa in comune: ricordano la Resistenza come un periodo straordinario, che li ha plasmati e ha forgiato le loro coscienze. Non sottovalutano la fame, le privazioni, il tanto sangue versato. Ma conservano nella memoria soprattutto i momenti belli vissuti a fianco dei compagni, le prove di coraggio in combattimento, le lezioni degli anziani militanti antifascisti che li guidavano e seppero dare un senso politico alla loro ribellione. Hanno l’orgoglio di aver combattuto per qualcosa che andava oltre i destini e le aspirazioni dei singoli, e la serena consapevolezza di averlo fatto dalla parte giusta. Come scrisse uno dei loro comandanti in una lettera alla moglie “in questi mesi in montagna, in mezzo a tante battaglie e a tanti problemi da risolvere, mi sono certamente modificato, perché sono diventato severo con me stesso, e sento una responsabilità nuova, che mi indica in maniera chiara il mio lavoro futuro. Voglio fare qualcosa di buono nel mondo, ne ho ancora il tempo e qualche capacità”. Quel comandante era mio nonno, Battista Gardoncini, che sarebbe stato catturato in Val di Lanzo e fucilato il 12 di ottobre del 1944 a Torino. 

Accettare la lezione della Resistenza significa riconoscere che quel  desiderio di fare qualcosa di buono per cambiare il mondo apparteneva a una parte sola. Possiamo capire, ma non giustificare, le ragioni di quelli che hanno combattuto dall’altra parte.  Possiamo ripensare alla guerra partigiana  con il distacco dello storico, e dire che coinvolse un ristretto numero di persone e soltanto metà del paese, perché il Sud era già stato liberato dagli Alleati. Possiamo riconoscere che in quei  giorni duri non ci furono soltanto eroismi e sacrifici, ma anche contrasti, opportunismi e qualche episodio a dir poco controverso. Possiamo essere più o meno critici sul corso preso dalle cose quando l’Italia liberata cercò faticosamente la sua strada in un mondo diviso in blocchi, e molte delle speranze suscitate dalla nascita della repubblica e dalla stesura di una Costituzione condivisa subirono una battuta d’arresto. Ma non dovremmo mai dimenticare che furono i partigiani, e non altri, a restituire all’Italia l’onore perduto in venti anni di regime fascista, a riscattare la vergogna delle leggi razziali e dell’entrata in guerra a fianco della Germania nazista e dell’imperialismo giapponese.  
Siamo un paese dalla memoria corta, che preferisce mentire a se stesso piuttosto che affrontare il peso dei suoi errori. Nel nostro comune sentire  i tedeschi sono sempre e soltanto gli “invasori”. Pochi ricordano che per due anni siamo stati al loro fianco in tutte le imprese più sciagurate, e che dopo l’armistizio dell’otto settembre del 1943 – in realtà una resa senza condizioni agli Alleati – furono sufficienti i pochi reparti tedeschi presenti in Italia per occupare un paese stremato, i cui vertici civili e militari preferirono darsi alla fuga anziché reagire. Ma ci sono tanti altri esempi. Abbiamo costruito il mito degli “Italiani brava gente” mentre in Africa ricorrevamo ai gas e alla fucilazioni di massa.  Onoriamo i nostri morti nelle foibe del Carso, e ignoriamo gli oltre centomila deportati voluti dal  fascismo nei territori jugoslavi occupati, e i  crimini  di guerra che abbiamo commesso.

Anche la memoria della Resistenza, a suo modo, è selettiva, quasi a volerne esorcizzare i momenti più aspri e le contrapposizione ideologiche.  Lo si vede nelle  piccole cose, come la singolare correzione apportata al testo di una delle più belle canzoni partigiane, “Fischia il vento”.  L’autore, Felice Cascione, era un medico comunista ligure caduto in combattimento nel gennaio del 1944. Scrisse che i suoi partigiani andavano con le scarpe rotte a conquistare la “rossa” primavera e il sol dell’avvenire, e certo non avrebbe gradito la sostituzione troppe volte sentita  di  quel “rossa” con il più neutro “bella”. 
Ma ci sono anche questioni di maggior peso. Molti hanno contestato la definizione di guerra civile che ha dato della guerra partigiana  lo storico Claudio Pavone, certo non sospetto di spirito revisionista. Eppure per capire che fu davvero guerra civile basterebbe  salire al monumento che sorge  al Colle del Lys, sul crinale tra la valli piemontesi di  Susa e di Viù, e scorrere i nomi delle 2024 vittime di due anni di combattimenti e di rappresaglie nella zona. Un numero enorme per una piccola area di montagna, dove tutti si conoscevano o avevano legami di parentela. Un numero molto vicino a quello dei soldati americani morti a Omaha Beach durante lo sbarco in Normandia, che tutto il mondo ha celebrato l’anno scorso per aver riportato la libertà in Europa.   

Anche i caduti del Lys hanno versato il loro sangue per la libertà. Il  25 aprile ci ricorda il loro sacrificio, insieme a quello di tanti altri uomini e donne.  Ma la smemorata repubblica che hanno contribuito a far nascere preferisce festeggiare se stessa in un’altra data. 

Bufale in prima pagina

Si continua a morire nel canale di Sicilia. Potrebbero essere settecento le vittime di  questa notte, dove, secondo le prime frammentarie notizie, un barcone  di migranti stipato all\’inverosimile si è rovesciato  in acque internazionali. Ma se anche fossero di meno la sostanza non cambia: l\’esodo dalla polveriera africana è una delle grandi tragedie del nostro tempo, che i governi del ricco  Occidente stanno affrontando in modo del tutto inadeguato, senza una reale comprensione dei fenomeni che lo determinano. A cominciare dalla generale infatuazione per una \”primavera araba\” che si è ben presto trasformata nel plumbeo autunno dell\’estremismo islamico.

Non sono da meno i mezzi di informazione, soprattutto qui in Italia. E due vicende di questi giorni lo dimostrano. La prima riguarda la rissa per presunti motivi religiosi, con tanto di cristiani gettati in mare, avvenuta su un barcone dei migranti. E\’ stata lanciata in prima pagina come certissima da giornali, radio e televisioni. E soltanto in queste ore alcuni giornali cominciano a esprimere qualche riserva sulla ricostruzione dell\’accaduto raccontata dai superstiti.  
Sempre in queste ore altri giornali  incominciano a avanzare il sospetto che non ci sia stata alcuna aggressione pirata al peschereccio di Mazara del Vallo  soccorso dalla nostra marina e riaccompagnato al sicuro nel porto di partenza.  Beccato da una motovedetta libica con le \”reti nel sacco\” a pescare in una zona vietata, il comandante avrebbe pensato bene di darsi alla fuga per evitare il sacrosanto sequestro dell\’imbarcazione. E si sarebbe inventato i pirati per giustificare il fatto di avere trattenuto a bordo il marinaio libico – disarmato – che doveva portare la sua nave in porto.
Prima o poi la verità verrà a galla. Una cosa però è certa: il giornalismo italiano ha smarrito i fondamentali. Fin dal primo momento, in entrambi i casi, c\’erano ampi motivi di dubitare, e i dubbi avrebbero dovuto trovare spazio negli articoli e nei titoli. Dei migranti che arrivano sui barconi non siamo neppure in grado di conoscere nomi e nazionalità, figuriamoci la religione.   Quanto ai pescatori  di Mazara del Vallo, la loro abitudine di sconfinare in acque libiche è ben nota. Ma ancora una volta ha avuto la meglio la pigra accettazione di quel che fa più comodo, intrisa di voglia di scoop e anche, purtroppo, di abissale ignoranza.
Continuiamo così, ma non stupiamoci per le troppe bufale che finiscono in prima pagina e affondano il mestiere più bello del mondo.

Un viaggio a Cuba


Sull’Autopista Nacional che unisce La Havana a Pinar del Rio, la provincia più occidentale di Cuba, Ernesto non si ferma allo stop di un uomo in divisa. “Non è un vero poliziotto – spiega – è lì solo per controllare i carichi commerciali, ma i turisti non lo sanno, e con le finte multe riesce a arrotondare lo stipendio”.
Viaggiare qui aiuta a capire Cuba meglio di tante analisi socio-politiche. Camion antidiluviani e macchine d’epoca, che farebbero la gioia di ogni collezionista, procedono con lentezza esasperante tra le nuvole di fumo nero degli scappamenti. Non hanno più i motori originali, che consumavano troppa preziosa benzina. I meccanici locali hanno dato libero sfogo alla fantasia, e quelli nuovi – si fa per dire – bruciano di tutto, perfino il cherosene per le stufe domestiche. Noi invece siamo su un’automobile moderna, importata dalla Cina, e sorpassiamo  dove si può, districandoci tra buche micidiali, carretti tirati da buoi e cavalli, autostoppisti e animali da cortile usciti dalle vicine fattorie. Facciamo largo uso del clacson, come del resto tutti gli altri, ma nessuno sembra particolarmente nervoso.  “Questa – ridacchia Ernesto – è una dittatura. Quindi tutti fanno quello che vogliono”. 
Ernesto è il figlio di \”uno che stava sul palco con Fidel\”, a sua volta figlio di un cinese arrivato a Cuba negli anni Venti per raccogliere la canna da zucchero. Ha combattuto per due anni in Angola, con il corpo di spedizione che aiutò il governo a respingere gli attacchi dei mercenari sudafricani. E’ stato iscritto alla gioventù comunista, ma non ha voluto prendere la tessera del partito, e adesso è uno dei tanti imprenditori di se stessi  che lavorano nell’unica vera industria rimasta, il turismo. Guarda con disincanto al paese che cambia, dove i giovani vogliono divertirsi, sognano il telefonino e non pensano ai vecchi tempi. Però è convinto che la rivoluzione abbia dato molto al paese, e che i suoi principi ispiratori siano ancora validi. 
“Grazie ai nostri nonni e ai nostri padri – dice con orgoglio – a Cuba c’e’ la scuola gratuita per tutti, fino all’università. Abbiamo bravi medici e ospedali efficienti. I vecchi prendono  la pensione, e non esiste il fenomeno dei bambini di strada.  Qui non ci sono tutti i vostri partiti, e lo stato può a volte essere duro con i dissidenti. Ma lo abbiamo sentito come una cosa nostra quando non c’era da mangiare per colpa del blocco economico imposto dagli americani, e continuerà ad essere nostro quando gli americani torneranno con tutti i loro dollari”.
Ernesto non è l’unico a aspettare gli americani. In tanti hanno approfittato della apertura all’iniziativa privata recentemente ribadita da un nuovo codice del lavoro, e ovunque si trovano i cartelli che indicano le case particulares, la versione cubana dei bed and breakfast, e i paladares, i ristoranti privati. Chi li gestisce paga tasse salate e non ha la sicurezza del posto come i  dipendenti dei grandi alberghi statali, ma incassa in CUC, la moneta convertibile usata dai turisti, che vale circa venticinque pesos di moneda nacional, quella usata dallo stato per pagare gli stipendi. 
“La doppia moneta è un problema – ammette Antonio, un italiano che vive qui da quindici anni e organizza viaggi solidali al di fuori dei normali circuiti turistici – perché alimenta una doppia economia e molte disparità. Prima o poi, però, arriveremo ad averne una sola”. 
Antonio è un entusiasta. Parla lo spagnolo meglio dei locali, a Cuba  ha avuto un figlio e si è laureato in storia.  Mentre guida snocciola date e aneddoti della rivoluzione, e dice di non avere nessuna intenzione di tornare in Italia, dove la vita è frenetica e si è  smarrito il senso della solidarietà. A un incrocio, in dubbio sulla direzione, tira giù il finestrino e chiede informazioni a un  uomo anziano seduto sul bordo della strada, apostrofandolo con un “ehi negro” che ci lascia allibiti. Poi spiega che a Cuba è normale, perché ci sono così tante mescolanze che nessuno ci fa caso. E se non c’e’ razzismo, che male c’é a chiamare una persona  con il colore della sua pelle?
Negli ultimi mesi i clienti di Antonio sono diventati più numerosi. “Vengono qui per vedere la fine della rivoluzione – racconta – ma sono passati più di cinquanta anni ed è ancora viva e vegeta. Penso che ne passeranno almeno altri cinquanta, perché la rivoluzione ha restituito al popolo la sua dignità e la sua storia, e questo non si cancella con la morte di una persona”. 
Poi apre il portafoglio dove conserva il ritaglio di un giornale italiano che annuncia per l’ennesima volta la morte di Fidel. “Questo – spiega  – lo faccio leggere ai miei amici cubani, per metterli di buon umore. Come potete pensare che il governo voglia tenere nascosta la morte di Fidel? Cinque minuti dopo la televisione interromperebbe i programmi per annunciarla. E da quel momento non si parlerebbe d’altro per settimane. Lui è stato un grande uomo. Ma è vecchio e malato, e si è ritirato dalla vita politica. Anche suo fratello Raul ha annunciato che non si ricandiderà alla presidenza della repubblica. I tempi cambiano, alla guida del paese arriveranno uomini nuovi”.
Nell’attesa i cubani fanno quello che hanno sempre fatto, e cioè si arrangiano. L’essenziale non manca. In tavola arrivano maiali, polli, riso, fagioli, e tanta frutta. Le mucche non si macellano, sono troppo preziose per il latte.  Nessuno muore di fame, grazie anche alla “libreta\”, una tessera annonaria che consente ai più indigenti di procurarsi a prezzo politico un modesto paniere di generi di prima necessità. In tutte le case arriva l’elettricità e c’è un frigorifero, che nel clima dell’isola non è un lusso. Chi non si accontenta cerca di arrotondare con mille lavoretti, oppure vende sotto banco le merci uscite per vie traverse dalle aziende statali, come i pregiati sigari Havana.  Nelle grandi città le belle ragazze sono forse un po’ troppo generose con i turisti danarosi, e attorno a chiese e monumenti si incontrano spesso guide turistiche improvvisate o mendicanti. Ma in generale l’atmosfera è rilassata, le persone sono gentili, non si vedono situazioni di disagio sociale, ed è molto difficile  trovare le tracce del diffuso malcontento di cui parlano i giornali degli espatriati di Miami e il blog della dissidente Yoani Sanchez, tanto amata all’estero quanto criticata in patria. “Ha trovato il modo di arricchirsi con la sua puzza sotto il naso – commenta acido Antonio – e vorrei proprio capire  come riesce a far funzionare così bene il suo  blog, mentre tutti noi abbiamo connessioni sovraccariche e lentissime”. 
L’immagine di Cuba all’estero è uno dei più grandi crucci degli intellettuali cubani vicini al governo. Secondo loro i i giornali e le televisioni occidentali parlano di cose che non conoscono e non hanno alcuna voglia di conoscere. 
Acela è la docente universitaria che ci accompagna a visitare  il barrio Pogolotti, un quartiere operaio dell’Havana dove le case sono rimaste come erano  agli inizi del novecento, quando l’emigrato italiano Dino Pogolotti ebbe l’incarico di costruirle. Da anni alcune associazioni italiane collaborano con le autorità cittadine per riqualificare il quartiere senza stravolgerne l’identità e il forte spirito comunitario degli abitanti. “Pogolotti era un imprenditore – spiega Acela – ma ci capiva, e costruì case che per l’epoca erano moderne, comode e accessibili agli operai poveri. Chi visita Cuba oggi dovrebbe avere lo stesso atteggiamento nei nostri confronti. Forse per i vostri standard siamo poveri, però sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare. Il dialogo arricchisce noi e voi”.  
Una ricchezza su cui concorda anche chi non è altrettanto ottimista sulle sorti del Paese. Guido è un promotore finanziario torinese innamorato dell’isola. All’Havana ha comperato una casa e una macchina degli anni cinquanta, ha aiutato i suoi amici ad aprire una casa particular,  e cerca di promuovere le attività di un gruppo di artisti locali. Pensa che i giovani, proprio perché sono colti e  informati su quello che accade nel resto del mondo, non ne possano più delle restrizioni. E che l’addio al potere dei fratelli Castro potrebbe essere meno indolore del previsto. “La differenza – dice – la faranno i dollari e gli euro che si riverseranno sull’isola. Purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista”. 
Soltanto il tempo dirà chi ha ragione, ma i cubani sanno aspettare. “La storia mi assolverà”, gridò Fidel Castro nella celebre autodifesa davanti al tribunale che lo condannò al carcere duro per il fallito attacco del 1953 alla caserma Moncada, e appena sei anni dopo entrò da vincitore nel palazzo presidenziale. 
Nel 1967, in Bolivia, finì nel sangue il disastroso tentativo insurrezionale di Ernesto Che Guevara e dei suoi compagni, venuti da Cuba per sollevare i contadini, che proprio non ne volevano sapere. Oggi i  loro resti sono conservati in un monumentale mausoleo eretto a Santa Clara, dove il Che colse una delle più importanti vittorie militari della rivoluzione. Nella cripta, visitata ogni anno da centinaia di migliaia di persone, si entra a a capo scoperto e in piccoli gruppi. Comunque la si pensi, i garofani rossi a fianco dei loro nomi, rinnovati ogni giorno, ricordano che senza quegli uomini la storia della intera America Latina sarebbe stata molto diversa.