Non ci sono isole felici

Le sentenze si rispettano. Una frase fatta, che di questi tempi capita di sentire sempre più spesso. L’ultima volta ieri, dopo la prescrizione annunciata ma non per questo meno clamorosa per i morti dell’Eternit.  E pochi giorni fa, dopo l’assoluzione di quasi tutti gli  esperti della commissione grandi rischi che dissero agli aquilani di non preoccuparsi del terremoto e di restarsene a casa. In quel processo l’unico condannato attende le motivazioni della sentenza per capire i motivi della disparità di trattamento. Gli fa buona  compagnia l’avvocato condannato nel processo per le minacce mafiose a Saviano e alla Capacchione:  a lui un anno di reclusione, ai suoi clienti, e cioè ai  boss che avevano fondati motivi di astio nei confronti dei due giornalisti, l’assoluzione. Anche l’incapacità di trovare un colpevole per il pestaggio di Stefano Cucchi ha lasciato molti con l’amaro in bocca, e l’assoluzione di Berlusconi per la vicenda Ruby non è piaciuta neppure al presidente del collegio che lo giudicava. Messo in minoranza dai suoi colleghi, se ne è andato anzitempo dalla magistratura.
Salvo smentite, sempre possibili in un paese dove non sono mancati i giudici condannati per aver \”aggiustato\” sentenze in cambio di  denaro o favori, nessuna di queste decisioni sembra frutto di malafede. Ma la loro palese incongruenza con il  comune sentire dovrebbe se non altro indurre a maggiori cautele quanti si ostinano a guardare alla magistratura come all’unica possibile ancora di salvezza per un paese allo sbando, e pensano che soltanto negli atti dei tribunali sia possibile distinguere il  giusto dall’ingiusto. Invece non è così, perché non sempre le strade del diritto vanno di pari passo con quelle della giustizia, come ha spiegato il procuratore generale Iacoviello, costretto suo malgrado a chiedere alla corte di cassazione la prescrizione dei capi d’accusa  per l’Eternit. 
Non è così,  e non soltanto perché i magistrati sono uomini come tutti gli altri, che possono sbagliare e spesso sbagliano. Ma anche perché il potere giudiziario, in una società come la nostra basata sull’equilibrio dei poteri, è per sua natura limitato negli ambiti e nella possibilità di azione da leggi fatte da altri, e la sua efficienza dipende dal buon funzionamento di un sistema complesso che comprende anche il potere legislativo e quello esecutivo, con le loro intangibili prerogative. I magistrati applicano le prescrizioni, non ne stabiliscono i termini, e sono soltanto in parte responsabili delle lungaggini dei procedimenti. 

Detto questo – e dopo aver ribadito che le sentenze si rispettano – chiunque guardi alle poco edificanti cronache di questi anni dovrebbe avere il coraggio di ammettere che le manchevolezze dei molti parlamenti e dei molti governi che si sono succeduti non sono un motivo sufficiente per santificare una magistratura che ha avuto nelle sue file, insieme a persone straordinarie come Falcone e Borsellino, anche qualche lestofante e molti indifferenti. Se ne parla poco, soprattutto a sinistra, ma oggi perfino i tanti meriti del  tribunale di Milano nella battaglia per ristabilire in Italia una parvenza di stato di diritto dopo l\’arrembaggio berlusconiano sono un po’ offuscati dalle beghe di potere e dai contrasti tra gli uffici. E se è vero che Edmondo Bruti Liberati non è Francesco Saverio Borrelli,  è anche vero che cercare isole felici in una società in crisi è un esercizio difficile e nella maggior parte dei casi vano. 

Vuoto pneumatico

Alessandra Moretti, specialista in cambi di casacca e comparsate televisive, ha colpito ancora, questa volta su Corriere TV. La politica è cambiata, largo alle “ladylike”, che sono belle brave intelligenti e eleganti, e curano la loro femminilità anche quando sono alle prese con le faccende della politica. Perché lei non è mica come Rosy Bindi. Si prende cura del suo aspetto. E anzi va tutte le settimane dall’estetista. 
La tentazione di mandare la signora Moretti da tutt’altra parte è forte.  Poi però prevale la voglia di capire. Capire come una così possa rappresentare il PD in Europa e addirittura si appresti  a sfidare il leghista Zaia per la presidenza della regione Veneto, che a differenza del parlamento europeo è un posto dove a volte si prende qualche decisione importante. 
Sarebbe fin troppo facile rispondere che il PD di Renzi non è più di sinistra, e dunque non c’e’ nulla di male se sceglie di presentarsi agli elettori con le stesse tecniche di marketing che hanno fatto la fortuna di Berlusconi. Ma, a parte il fatto che Mara Carfagna resta inarrivabile, il problema è che il PD è ancora il punto di riferimento di larga parte di coloro che in passato hanno votato prima il PCI, poi il PDS, poi i DS. Elettori che vorrebbero dall’attuale governo non tweet di 140 caratteri, ma risposte di sinistra ai problemi del paese, e non considerano prioritario l’appuntamento settimanale con l’estetista.
Finora Renzi ha potuto permettersi di ignorare le richieste di questi  elettori perché ha conquistato consensi a destra, lasciando ai delusi soltanto la insoddisfacente prospettiva del non voto. Ma nelle ultime settimane le esigenze di bilancio, la stagnazione economica e i disastri ambientali lo hanno costretto a limitare la politica degli annunci mirabolanti, e a misurarsi, peraltro con risultati degni di un dilettante allo sbaraglio, con la dura realtà delle cose. Al nord come al sud crescono le tensioni sociali e la protesta non sembra più limitata alle piazze, rumorose ma non indicative delle opinioni della maggioranza. I sondaggi mostrano le prime crepe di un sistema di governo che si regge sulla prontezza di battuta del capo, e poco altro. Avvisaglie, per il momento. Ma i nodi potrebbero venire al pettine prima del previsto. Come insegna la parabola berlusconiana, in politica si può barare, ma non per sempre. E prima o poi qualcuno riempirà il vuoto pneumatico delle troppe “ladylike” che il bacio del principe Matteo ha trasformato in statiste. 

Ignoranti e fieri di esserlo

Tra la Sierra Leone flagellata dall’Ebola e l’Uganda, dove era stata per qualche giorno la bambina che le solerti madri di Fiumicino non volevano a scuola con i loro pargoli, ci sono 5200 chilometri. Roma è più vicina al focolai dell’infezione di circa 700 chilometri, e dunque, a dar retta alla aberrante logica delle signore, l’unica che avrebbe avuto motivo di preoccuparsi era la madre della bambina rifiutata. Che avrebbe fatto forse meglio a restarsene in Uganda, dove lo studio, compreso quello della geografia, è visto non come un obbligo, ma come una occasione di riscatto e di crescita personale e collettiva. La scuola ugandese costa cara, e molte famiglie si svenano pur di mandarci i figli almeno per qualche anno. Per i pochi che arrivano a mettere piede all’università di Makerere, una delle più antiche e prestigiose dell’Africa, c’é, insieme all’onore grande di avere il nome stampato in prima pagina su tutti i giornali della capitale, l’obbligo morale, altrettanto grande, di contribuire al benessere del paese. E nessuno si sottrae.
Ci pensavo mentre  guardavo le mamme di Fiumicino, infervorate davanti alle telecamere nel disperato tentativo di spiegare un comportamento che, al di là di ogni valutazione etica, dimostra soltanto una abissale ignoranza. La stessa che affligge la maggioranza degli italiani, se è vero, come dimostra un autorevole studio dell’OCSE, che siamo all’ultimo posto tra i 24 paesi presi in considerazione per le “competenze che consentono di  vivere e lavorare nel nuovo secolo”. Cinque italiani su cento sono analfabeti totali, trentotto su cento sanno a malapena decifrare  una scritta semplice. Trentatré su cento – e tra questi c’é pure un dodici per cento di laureati – non sono in grado di capire un testo scritto che riguardi fatti collettivi o di rilievo per la vita quotidiana. Gli italiani  che leggono almeno un libro all’anno sono meno del quaranta per cento. Le famiglie che hanno in casa un libro appena il venti per cento.
Le mamme di Fiumicino, con il loro zoppicante italiano e l’incapacità di provare vergogna, sono tutti noi. Ignoranti e fieri di esserlo, chiusi nelle nostre convinzioni maturate guardando ore e ore di pessima televisione, impermeabili al resto del mondo, che suscita soltanto fastidio e sospetto. Così siamo, e così, purtroppo, vogliamo continuare a essere. Gli anni di Berlusconi  hanno sdoganato modi di pensare e comportamenti che in altri tempi sarebbero stati mitigati da un residuo di pudore. Gli anni che verranno, con il cacciaballe che aspira a prenderne il posto, non promettono niente di meglio.  

Settanta anni fa

Settanta anni fa, in via Cibrario a Torino, vennero fucilati per rappresaglia nove partigiani. I loro nomi: Osvaldo Alasonatti, Giusepe Casana, Ciro Castellaneta, Guido Di Costanzo, Giovanni Battista Gardoncini, Vittorio Marangoni, Ermanno Scaglia, e due maquis francesi non identificati. Ho raccontato la storia di uno di loro, mio nonno, in altri post di questo blog. Qui dico soltanto di essere commosso per  il ricordo che l\’ANPI e la città hanno voluto organizzare. E per i tanti amici che li hanno ricordati insieme a me, ma non hanno potuto essere presenti alla cerimonia, ecco il video girato da mia figlia Sara. Un grazie particolare a Maria Grazia Sestero per aver reso possibile questa giornata.


Obiezione di coscienza

Ammettiamolo. In questo mondo impazzito ci sono cose più serie di cui occuparsi e preoccuparsi. Però faccio il giornalista, e continuo  a pensare che le sorti del nostro mestiere siano di qualche interesse non soltanto  per noi, ma anche per tutti gli altri, perché non esiste democrazia senza una  informazione di qualità, distinta dal bombardamento di marchette variamente dissimulate cui siamo quotidianamente sottoposti.
I giornalisti dovrebbero essere i primi a preoccuparsi della confusione tra informazione e comunicazione che regna sovrana in rete, dove tutti possono dire tutto e il contrario di tutto, e anche nella carta stampata, nelle radio e nelle televisioni, dove qualche regola, almeno in teoria, esiste.  Dovrebbero farlo, se non per spirito civico, almeno per difendere le proprie prerogative e la pagnotta: negli ultimi anni  il crollo parallelo del prestigio e delle retribuzioni della categoria ha dimostrato che non servono professionisti lautamente pagati per copiare i comunicati stampa, reggere il microfono del potente di turno, e ripetere a pappagallo le dubbie verità del pensiero unico che vuole ridisegnare la società per metterla al servizio del mercato globale.
Invece l’ordine del giornalisti, l’organismo che raccoglie e rappresenta tutti i giornalisti italiani, non sembra particolarmente preoccupato. E’  un pachiderma appesantito dagli anni e da una legge che consente l’accesso a chiunque abbia scritto una breve sul più infimo dei bollettini, o anche semplicemente maneggi qualche documento vagamente assimilabile a una notizia. Fecero storia i solerti impiegati di un importante ente pubblico piemontese che per il solo fatto di ritagliare i giornali della rassegna stampa furono mandati in massa a sostenere l’esame professionale, e da un giorno all’altro diventarono colleghi. 
Tra professionisti e pubblicisti gli iscritti all’ordine sono oltre 110 mila, uno ogni 550 italiani, e basterebbe la cifra per capire che qualcosa non va. Se poi consideriamo che meno della metà degli iscritti ha il requisito minimo di una posizione aperta con  la cassa previdenziale di categoria, appare evidente la difficoltà di conciliare gli interessi di chi davvero vive di giornalismo con quelli, legittimi  ma diversi, di chi nella vita fa tutt’altro. Aggiungiamo a tutto questo il folle meccanismo elettorale che nel corso degli anni ha fatto crescere la rappresentanza dei secondi negli organismi dirigenti, e il piatto è servito. 
Un ordine in queste condizioni non poteva che essere preso d’assalto da arrivisti, pensionati frustrati e qualche avventuriero.  Incapace di agire perché paralizzato dalle contraddizioni, ha dedicato tutte le sue energie a conservare se stesso e i suoi privilegi, resistendo con camaleontica abilità a ogni tentativo di cambiare le cose. Inutile da sempre, grazie a una leggina varata da un precedente governo è diventato negli ultimi tempi anche molesto, perché non si limita a riscuotere da ogni iscritto la tassa annuale, ma pretende anche di imporgli la formazione obbligatoria. 
Sulla carta non sarebbe così sbagliato. Altre categorie, come i medici, già lo fanno, sia pure con discutibili modalità. Basta una generosa casa farmaceutica disponibile ad organizzare un seminario tutto pagato in qualche ridente e costosa località turistica e il medico di turno si ritrova formato e abbronzato il giusto. 
Abbronzature a parte, studiare fa bene a tutti, a qualunque età. Ma un giornalista lavora con le notizie. Prima di scrivere, parlare o riprendere con la telecamera deve essere in grado di distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è. Deve sapere andare oltre le apparenze e per farlo deve conoscere la realtà e anticipare le tendenze in atto nella società. In altre parole, non si può essere giornalisti se non si capisce l\’importanza dello studio, di un processo di formazione continua che non può essere imposto per legge, ma fa parte integrante del modo di lavorare di ogni professionista degno di questo nome. Che cosa altro era il rito della lettura dei giornali la mattina appena entrati in redazione? Che cosa altro è oggi l\’uso della rete, che presuppone se non altro una buona conoscenza dell\’inglese? Un giornalista ignorante, per come la vedo io, non è un giornalista, ma un truffatore. E non sarà la formazione obbligatoria pensata dai nostri burocrati a migliorarlo.    
Anche sui corsi, poi, ci sarebbe molto da discutere. Alcuni ordini regionali li hanno organizzati gratuitamente, in altre regioni si pagano. Variegati i temi, dalla deontologia al corretto uso di internet passando per la più bieca convegnistica. Complesso il meccanismo di calcolo dei crediti che ogni iscritto dovrebbe  accumulare nel corso di tre anni. Quasi sempre oscuri i criteri delle scelte, e questo, insieme alla presenza tra i docenti dei soliti noti, rende lecito più di un sospetto. 
Consola però pensare che fino a questo momento la partecipazione dei colleghi sia quasi nulla: attorno al 10% a livello nazionale, con punte fino al 25% nelle regioni più virtuose. Verrebbe da dire: avanti così che è la volta buona. L’obiezione di coscienza è stata usata per cause ben più importanti, e con rischi molto grandi per chi la praticava. Possiamo applicarla anche in questa nostra piccola e un po’ ridicola vicenda. Fino a questo momento, per quello che ne so, non sono neppure state definite le sanzioni per gli inadempienti.
Cominciamo affossando la formazione e chi l’ha voluta. Potremmo prenderci gusto e affossare anche un ordine che non ha ragione di esistere, e infatti non esiste nella maggior parte dei paesi del mondo.

La bordata di De Bortoli

Non so chi ci sia dietro la bordata che il direttore uscente del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli ha sparato in prima pagina contro il presidente del consiglio Matteo Renzi, accusandolo nella sostanza di essere un cialtrone manovrato dalla massoneria e circondato da cortigiani incompetenti. Posso avere qualche idea, ma a differenza della maggior parte dei commentatori, e a rischio di passare per ingenuo, penso che la ricerca del mandante sia meno interessante dei contenuti dell’articolo. Che in gran parte condivido. 
Lo ammetto. Qualche speranza sul nostro nuovo presidente del consiglio, all’inizio, ce l’avevo. Di lui mi piacevano il linguaggio diretto, la capacità di interpretare gli umori dell’elettorato di centro-sinistra, la voglia di scardinare i vecchi riti della politica insieme a tutti i loro stanchi officianti.   
Poi è arrivata la legittimazione del voto europeo, quel 40,8% che in termini assoluti corrisponde a meno di un elettore su quattro, ma è comunque un risultato straordinario e in parte inaspettato. Aveva e ha il Paese in mano, Matteo Renzi. I suoi avversari, dentro e fuori il PD, sono stati costretti ad abbozzare. Possono impegnarsi in azioni di guerriglia, ma sanno che se cercassero lo scontro frontale gli offrirebbero una grande occasione per regolare i conti, perché un ritorno alle urne li cancellerebbe dalla scena politica. 
Dunque, almeno fino a quando all’orizzonte non comparirà una alternativa credibile, il presidente del consiglio ha un potere immenso, e poche scuse per gli errori commessi. Che in questi nove mesi di governo sono stati molti. Per dirla con De Bortoli, la “muscolarità del premier tradisce a volte la debolezza delle idee e la superficialità degli slogan. La sua oratoria è straordinaria, nondimeno il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione, pur brillante, è fine a se stessa”, mentre “un profluvio di tweet non annulla la fatica di scrivere un un buon decreto”. “In Europa – fa notare il soave e perfido direttore – meno inclini di noi a scambiare la parlantina per strumenti di governo, se ne sono già accorti” .
Prendiamo le riforme. Quella del senato, peraltro approvata soltanto in prima lettura, è un pastrocchio bocciato dalla maggior parte dei costituzionalisti, tanto che perfino alcuni renziani della prima ora sperano di poterlo modificare alla camera. Il che, detto da gente che si proclama contraria al bicameralismo perfetto, è quantomeno curioso. 
L’abolizione delle province si sta risolvendo in una truffa destinata a moltiplicare gli incarichi di una partitocrazia che non avrà neppure il fastidio di sottoporsi al giudizio dell’elettorato. 
Della riforma della scuola neppure gli addetti ai lavori hanno capito molto: alcuni precari sono stati stabilizzati, come per altro è accaduto con tutti i precedenti governi.  Molti altri restano fuori, e anche questa non è una novità. Di programmi non si parla. Di investimenti nemmeno.
Sulla legge elettorale nonostante gli accorati appelli della ministra Boschi, l’intesa è ancora lontana, e forse – viste le premesse – è meglio così.  
La riforma del lavoro, che adesso si chiama Jobs Act, sembra destinata ancora una volta a incagliarsi sull’articolo 18, che lo stesso Renzi aveva a suo tempo definito un falso problema. Adesso lui ha cambiato idea, ma in tanti, anche nel suo partito,  continuano a chiedersi quale sia il nesso tra l’abolizione di una tutela agli occupati e l’estensione dei diritti a disoccupati e precari.

Apparentemente, l’unico progetto che procede senza intoppi, ammesso e non concesso che lo si possa definire tale, è il patto del Nazareno che Renzi ha stretto a suo tempo con Silvio Berlusconi. Era stato presentato come una scelta obbligata sulla strada delle riforme, viste le chiusure suicide di Beppe Grillo e della sua corte di miracolati sull\’argomento. Ma contiene anche altro, che nessuno, a parte gli interessati, conosce nei dettagli. E quel poco che si sa non preoccupa soltanto Ferruccio De Bortoli.

Cecità interessata

Un mondo dalle risorse finite, e con la popolazione in rapido aumento, non può garantire a tutti le stesse condizioni di vita che si sono avute in occidente a partire dal secondo dopoguerra. Consumiamo troppo e troppo in fretta, e la giusta richiesta di benessere di popolazioni numerose ed emergenti come i cinesi e gli indiani accelera una crisi che è globale almeno quanto il mercato che ci governa. Così combattiamo per il controllo di risorse essenziali, dal petrolio all’acqua. Migriamo in massa per sfuggire alla fame. Distruggiamo l’ambiente. E se qualcuno non risolverà il problema della sovrappopolazione usando il suo arsenale atomico rischiamo comunque di farci spazzare via da qualche moderna pestilenza. 
Trenta anni fa l\’argomento era sostanzialmente ignorato: ne parlavano soltanto alcuni demografi che tutti gli altri accusavano di catastrofismo. Oggi, pur essendo oggetto di serissimi dibattiti accademici,  viene negato dai centri di potere della finanza mondiale, che ne vedono gli effetti, ma non sembrano interessati  a indagarne le cause perché sostanzialmente decisi a non mettere in discussione il sistema. Una cecità interessata che stiamo pagando tutti, perché mai come in questi anni nel ricco Occidente c’e’ stata tanta identificazione tra il potere economico e quello politico. Le decisioni prese  in questi centri stanno cambiando il nostro modo di vivere, e purtroppo rischiano di essere, oltre che socialmente inique e penalizzanti per ampi strati della popolazione, inutili.  
Prendiamo il recente invito del governatore della banca centrale europea Draghi ai governi della comunità, e in particolare alla traballante Italia di Renzi, perché rinuncino alla loro sovranità in materia di riforme strutturali. Gli obiettivi ritenuti necessari per competere sul mercato mondiale non sono sicuramente indolori: l’abbattimento del costo del lavoro, lo smantellamento del welfare, la privatizzazione di quel poco che ancora resta da privatizzare dopo le ondate di dismissioni  degli anni Novanta.
La richiesta di Draghi è l’ultima di una lunga serie: sempre più spesso negli ultimi anni le istituzioni economiche sovranazionali hanno occupato gli spazi della politica. Attraverso la banca mondiale, il fondo monetario internazionale e le organizzazioni collegate, tanto potenti quanto ignote al cittadino medio, il mercato si è rafforzato e ha esercitato un potere che non tollera né confini né regole perché presuppone una crescita indiscriminata della produzione: in un mondo che venera il Prodotto Interno Lordo ciò che importa è produrre e consumare, non importa che cosa. E il profitto diventa  l’unico obiettivo degno di essere perseguito, perché rappresenta la misura dell’efficienza e dunque viene ritenuto vantaggioso per la collettività. Tutto il resto, dai diritti dei cittadini al loro benessere, dalla tutela dell’ambiente alla promozione della cultura, può essere sacrificato, e di fatto lo è.  
In Italia abbiamo fantasiosamente battezzato la stagione dei tagli  “spending review”, e l’abbiamo presentata come una azione di riduzione dello spreco, salvo poi scoprire che gli sprechi sono rimasti, mentre sono spariti posti di lavoro e servizi essenziali per le fasce più deboli della popolazione. Siamo peraltro in buona compagnia. L’attacco al welfare riguarda anche paesi con storie molto diverse dalla nostra.  E poiché le cose non accadono per caso, c’è da chiedersi a chi giovi una situazione di questo genere. 
Molti indicatori dimostrano che nei paesi avanzati la crisi ha messo in moto un imponente fenomeno di redistribuzione del reddito a favore di fasce molto ristrette della popolazione abbiente, guarda caso quelle stesse che in tutti i paesi chiedono a gran voce  riforme capaci di rilanciare l’economia. La forza di questi paladini del libero mercato non è soltanto finanziaria. Nel corso degli anni hanno cercato di realizzare quella che Gramsci a suo tempo definì una “egemonia culturale”.  La loro visione del mondo e le loro ricette per un futuro neoliberista, dove soltanto i meritevoli saranno premiati, sono diventate parte del comune sentire, e si stanno diffondendo anche tra coloro che dovrebbero essere in prima fila per combatterle perché contrarie ai propri interessi. Non è detto che si consolidino, ma per sconfiggerle servirebbe almeno la consapevolezza che c’è una battaglia da combattere. 

Il cacciaballe

I dati dicono che siamo in piena recessione, la disoccupazione cresce e il debito pubblico è fuori controllo. La tassazione è alle stelle, e tra poche settimane potrebbe essere necessaria un’altra manovra lacrime e sangue. Aggiungiamo le liti da pollaio dei politici su argomenti che interessano soltanto a loro e ai loro portaborse,  spacciate dal sistema dei media come indispensabili riforme costituzionali, e il quadro di un paese allo sbando è quasi completo. Quasi, perché curiosamente manca all’appello l’indignazione popolare nei confronti del responsabile di tanto sfascio. Che, dal 22 febbraio 2014, si chiama Matteo Renzi, anche se lui si comporta come  se fosse ancora al primo giorno del mandato e non c’entrasse nulla.  
Devo ammettere che inizialmente anch’ io gli avevo dato un po’ di fiducia. Mi piacevano il suo linguaggio diretto, la capacità di interpretare gli umori del paese, la voglia di rinnovare i riti stanchi della politica. Ma i cento giorni di luna di miele  di ogni  nuovo presidente del consiglio con l’elettorato sono passati da un pezzo, e basterebbe una rapida scorsa agli archivi dei giornali per rendersi conto che i buoni propositi del governo sono rimasti tali. Alle tante promesse fatte da Renzi non sono quasi mai seguiti i fatti, e se qualcosa si è mosso è stato su questioni di facciata, utili forse per influenzare l’opinione pubblica, come gli ormai famosi ottanta euro, ma non tali da incidere sulla sostanza delle cose.
E’ noto che gli italiani non leggono e hanno la memoria corta. Sorprendono tuttavia i  sondaggi che ancora attribuiscono a Renzi la fiducia del 60 per cento della popolazione. Qualche forzatura ci sarà, come sempre in questi casi.  Molto però è il frutto della sua indubbia abilità nel presentarsi come il nuovo che avanza mentre si mette d’accordo con i peggiori cascami della vecchia politica,  scarica sul destino cinico e baro insuccessi e rallentamenti, e rilancia dopo ogni mano finita male. Esemplare, ad esempio, l’ultima esternazione di fronte alla dura realtà del calo della produzione: me lo aspettavo, ma avanti con le riforme. E pazienza se mai prima d’ora ci aveva messo a parte dei timori, e se per il momento le riforme di cui si discute non riguardano l’economia.
Ai miei tempi di uno così si sarebbe detto che era un cacciaballe. Oggi lo dicono soltanto i giornali esteri, come il Financial Times, che si chiede preoccupato se per caso il nostro presidente del consiglio non sia una “shooting star”, una stella cadente. Qui da noi facciamo finta di niente, anzi farnetichiamo di Renzi \”esempio per l\’Europa\” e guardiamo ammirati alle sue giravolte, considerate indici di perspicacia politica, lungimiranza di pensiero e abilità manovriera.
Storia vecchia, il mito del capo che ha sempre ragione anche quando ha torto. Storia che non mi è mai piaciuta, ma che prima o poi  dovrò imparare ad accettare. In fondo Renzi, come in passato  Berlusconi, non fa altro che interpretare al meglio lo spirito dei tempi, ben simboleggiato dalla recente e non ancora conclusa gazzarra del senato. Abbiamo avuto la Carfagna e adesso, con impressionante e simbolica simmetria, abbiamo la Boschi. Cambiano i nomi – non tutti peraltro – ma non cambia la sostanza. E dunque avanti con i Calderoli e le Finocchiaro, facendo finta di cambiare tutto perché nulla cambi.  

Diritto di voto

Alla fine si vota sempre il meno peggio. Ma questa volta è davvero difficile capire chi è. 
Alla destra, nelle svariate forme che ha assunto dopo l’implosione di Berlusconi, non sono interessato. 
Renzi è intelligente e ha dimostrato di capire gli umori del suo elettorato, però governa con Alfano e ha alle spalle un partito di mediocri che non lo amano, tenuti insieme dal collante del potere. Un voto in bianco, a gente che in campo economico fa il tifo per Marchionne, in politica estera ha scelto la strada della realpolitik, e sul tema dei diritti guarda con un po\’ di sospetto perfino alle aperture di papa Francesco, non lo voglio dare.
In un primo momento i principi ispiratori della lista Tsipras mi avevano attirato. Poi ho assistito con angoscia al balletto delle sigle e dei partitini  che si sono appropriati dell’idea condizionando la scelta dei candidati, e sperano in questo modo di recuperare una credibilità politica persa con decenni di sconfitte. E mi ha molto infastidito lo sventolio delle bandiere No Tav che ha accompagnato tutte le iniziative della lista.
Resterebbe Grillo. Sento confusamente che votarlo sarebbe il modo più efficace  per esprimere il mio disagio nei confronti di una politica che da troppo tempo non mi rappresenta.  Però non mi piace lui, non mi piace il suo amico Casaleggio, e non mi piacciono i grillini, con la loro rabbia alimentata dall’ingenuità e dal fanatismo. 
Fino a poche ore fa, in considerazione del fatto che si tratta di elezioni europee, e che in Europa il parlamento conta poco  perché le decisioni importanti vengono prese dalla commissione formata dai rappresentanti degli stati membri, dal consiglio e dalla banca centrale europea, avrei detto che il meno peggio, tutto sommato, era Grillo. Una sua vittoria – pensavo – sarebbe stata una bella scossa per un sistema che nessuno vuole cambiare davvero. 
Poi mi sono ricordato di “Diritto di voto”, un racconto scritto nel 1955 da  Isaac Asimov. Il grande maestro della fantascienza immaginava che negli Stati Uniti del 2008 le tecniche demoscopiche fossero diventate così sofisticate da consentire di eleggere il nuovo presidente consultando un solo cittadino, scelto e interrogato da un supercomputer. Il prescelto di quell’anno, il commesso Norman Muller, inizialmente scettico, dopo aver risposto alle domande della macchina, sentiva di aver fatto il suo dovere e se ne andava contento a godersi la fama che si era conquistato.
Bene. Io adesso mi sento Norman Muller. Penso al mio voto di domani come se fosse quello decisivo, quello capace di far vincere Grillo o Renzi. E non sono così sicuro di volere che Grillo vinca queste elezioni. Spero che prenda tanti voti. Spero che questi voti servano per costringere gli altri a cambiare, e magari convincano alcuni dei peggiori a farsi definitivamente da parte. Ma il mio non lo avrà, e non lo avrà neppure Renzi.
E allora? Non resta che Tsipras,  con la scomoda compagnia dei No Tav. Lo so. Se davvero il mio voto di domani fosse quello decisivo metterei una pietra sopra alla mia speranza di andare velocemente a Parigi in treno. Ma è consolante sapere che la realtà, complice anche la soglia di sbarramento al quattro per cento, è ben diversa. Dunque Tsipras, con il naso turato.
P.S.
Quasi dimenticavo che in Piemonte si vota anche per la regione. Molti pensano che Chiamparino vincerà facilmente. Io non ne sono così convinto, ed è per questo che lo voterò, cercando di dimenticare alcuni lestofanti che lo appoggiano.

Il futuro della RAI

Questa storia dei 150 milioni sottratti al bilancio RAI con la spending review è sicuramente preoccupante, ma di per sé non sarebbe  tale da causare il tracollo dell’azienda. In passato si è visto di peggio: ricordo ad esempio il mancato trasferimento dei fondi del canone – tutti, non soltanto 150 milioni –  utilizzato da un governo appena insediato per liquidare un consiglio d’amministrazione sgradito. 
Il taglio previsto dal decreto, però, è accompagnato da un paio di indicazioni operative per i vertici aziendali: se proprio non sapete dove trovare i soldi – dice in sostanza il governo – vi dò una mano modificando la legge Gasparri per consentirvi di chiudere un po’ di inutili sedi regionali e di mettere sul mercato le vostre infrastrutture per il trasferimento dei segnali, appetite anche dagli operatori telefonici. Per chi ha la memoria corta, la legge Gasparri, arrivata nel 2004 per mettere ordine nel sistema radiotelevisivo italiano, era pensata all’unico scopo di sancire il duopolio di fatto RAI-Mediaset. Sembra perciò chiaro che la decisione del governo Renzi sia parte di una strategia più complessa che guarda al  2016, quando scadrà il contratto che assegna alla RAI la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo, e sarà necessario ridiscuterlo. 
Quale RAI si presenterà all’appuntamento? Senza i ponti di trasmissione e le sedi regionali – e forse senza l’informazione regionale che in quelle sedi viene prodotta – sarà sicuramente più simile agli altri operatori che operano o aspirano a operare sul mercato radiotelevisivo. Privata tra i privati, perché mai dovrebbe essere certa della riconferma? E se anche l’ottenesse, perché mai quel servizio pubblico dovrebbe mantenere le stesse caratteristiche di quello attuale? Per dirne una, perché non scorporare e assegnare ad altri l’informazione regionale? E’ vero che piace e sistematicamente regala a RAI3 gli ascolti più alti della giornata, ma sull’altro piatto della bilancia ci sono tante piccole televisioni locali che per sopravvivere avrebbero disperatamente bisogno di un aiutino pubblico. 
Ai dipendenti  RAI, me compreso,  tutto questo non fa ovviamente piacere. Si sarebbe tentati di dire “peggio per noi”,  visto che cantiamo da troppi anni le virtù delle privatizzazioni altrui per essere credibili quando difendiamo le ragioni del nostro servizio pubblico. Ma queste ragioni hanno una loro forza, che va al di là delle persone che le sostengono.  
Piace alla gente il ministro Delrio quando dice che la RAI ha avuto molto, ed è ora che restituisca qualcosa, e piace il presidente del consiglio Renzi mentre distrugge un inetto conduttore miracolato dalla politica, e raccoglie applausi universali annunciando a tutta l’azienda che la pacchia sta per finire. Chi piace, però, non ha sempre e comunque ragione. Se, per farla finita con la pacchia di alcuni, si getta via anche l’idea che possa esistere una televisione svincolata dai poteri forti, in grado dar voce a chi di solito non ce l’ha, e non disposta a sacrificare la qualità alle supposte richieste del pubblico, allora non ci siamo. 
E’ stata tutto questo il servizio pubblico RAI? Purtroppo soltanto in minima parte, e non ci sono segnali che in questa ultima stagione le cose stiano davvero cambiando. In compenso, la singolare assenza di reazioni degli attuali vertici aziendali alle richieste del governo Renzi autorizza il sospetto che esse non siano giunte né inattese, né sgradite, e che anzi potrebbero essere funzionali a un disegno che per il momento non è dato conoscere. Restiamo dunque in attesa del nuovo piano industriale che i piani alti di viale Mazzini starebbero preparando. Come ci insegnano gli ultimi anni di relazioni industriali in questo paese, in una situazione di emergenza, vera o presunta che sia, i manager possono prendere decisioni che in condizioni normali sarebbero impossibili. Resta però da vedere quali, e nell’interesse di chi.