Scusate se è poco

Abituati come siamo ai parolai della politica, possiamo legittimamente avere qualche dubbio su Matteo Renzi e sulle sue promesse di riforma dell’economia, dello stato, e perfino del nostro modo di pensare. Ma neppure i più scettici  possono negare che il  nuovo presidente del consiglio abbia dimostrato di essere un parolaio migliore di quelli che lo hanno preceduto. Anzi, il miglior parolaio che l’Italia abbia avuto negli ultimi trent’anni, capace di parlare a un paese esausto e disgustato con un linguaggio comprensibile a tutti perché estraneo alle incrostazioni della vecchia politica. 
A poche ore dal suo discorso programmatico e dalla promessa di “cento giorni di lotta” per cambiare il paese, il giudizio su Renzi è sospeso. Bisognerà attendere la prova dei fatti, le reazioni dei mercati, della comunità internazionale, dei sindacati, della confindustria. Soprattutto bisognerà capire se sarà in grado di andare oltre gli annunci, e se troverà in parlamento  il consenso necessario per realizzare il suo programma. Le premesse, vista l’evidente ostilità di una parte consistente del suo stesso partito,  non sono incoraggianti. Però il presidente del consiglio ha dimostrato di conoscere piuttosto bene i trucchi della politica, e di sapersene servire. Sulla pelle dei vecchi apparati della sinistra fiorentina brucia ancora la ferita delle primarie per la poltrona di sindaco, così come brucia sulla pelle della attuale minoranza PD la recentissima approvazione della legge elettorale concordata da Renzi con Berlusconi, senza le preferenze e senza una parità di genere proposte in modo estemporaneo da chi aveva l’evidente obiettivo di indebolire la sua leadership.
La sfida finale, come Renzi sapeva fin troppo bene quando ha deciso di forzare i tempi  mandando a casa il giovane Letta, è prevista per il 25 maggio, quando si voterà per le Europee, per una regione cruciale come il Piemonte, e per molti importanti comuni. Se Renzi e il PD otterranno un buon risultato la sopravvivenza del suo governo e della legislatura sarà assicurata. 
In poco più di due mesi, dunque,  il presidente del consiglio mette in gioco non soltanto il suo futuro, ma anche quello di una sinistra che non sarà forse come alcuni l’avevano immaginata, ma è finalmente uscita dalla afasia che ha contraddistinto il centro sinistra succube di Berlusconi e dei mercati.  
Rispetteremo gli impegni europei, ma l’Europa deve cambiare. Vogliamo fare arrivare  mille euro all’anno nelle buste-paga più basse, e per questo tasseremo le rendite.  Non colpiremo le  pensioni al di sotto dei tremila euro. La riduzione del cuneo fiscale andrà in primo luogo a vantaggio dei lavoratori. La scuola è il futuro del paese, e per questo va rilanciata.  Quelle di Renzi potrebbero essere le solite parole vuote di un politico alla ricerca di un facile consenso.  Ma da troppi anni non si sentivano, neppure in campagna elettorale. Scusate se è poco.

Come volevasi dimostrare

CVD. Come volevasi dimostrare. In matematica si scrive così al termine della dimostrazione della validità di un teorema. Ma a volte si può scrivere la stessa cosa anche nell’imponderabile campo della politica, quando, al netto di tutte le menzogne e di tutte le ipocrisie, i nodi di un problema  vengono al pettine. 
Negli ultimi giorni mi è venuta voglia di aggiungere il mio personalissimo CVD in calce a un considerevole numero di questioni aperte, a cominciare dalla Lista Tsipras, che in un primo momento era sembrata un interessante tentativo di riaprire  una discussione sul futuro dell’ Italia e dell’ Europa, e sta naufragando  per i contrasti tra le tante anime della fallimentare sinistra che ci è toccata in sorte. Perfino i sei saggi che avevano lanciato l’idea hanno trovato modo di litigare sulle candidature, e a questo punto è lecito nutrire seri dubbi sull’esito della raccolta delle firme per la presentazione della lista. Poco male, almeno dal mio punto di vista. Avevo già deciso di non votarla, e mi stavo guardando attorno alla disperata ricerca di una alternativa.
Il che ci riporta a Matteo Renzi e al PD, che vanno ciascuno per la sua strada, pur essendo il presidente del consiglio anche il segretario del partito, scelto da milioni di persone nelle ultime primarie. Come volevasi dimostrare, l’apparato sconfitto non ha deposto le armi, e si batte con un accanimento degno di miglior causa per condizionarne l’azione. Ogni pretesto è buono. Prima hanno accusato Renzi di fare accordi con Berlusconi, dimenticandosi che fino a poche settimane prima Berlusconi appoggiava il  governo di larghe intese benedetto dal presidente Napolitano e presieduto dal giovane Letta. Poi sono scesi in campo in difesa delle preferenze, diventate all’improvviso un caposaldo della democrazia dopo essere  state affossate  a larghissima maggioranza da un referendum popolare. Infine hanno cercato rinforzi tra le donne elette in parlamento, rispolverando la nobile bandiera della parità di genere in una forma che ha fatto arricciare perfino il nasino ricostruito di Daniela  Santanchè. In questo modo – ha sentenziato la signora – non si difendono i diritti, ma i posti. Nel segreto dell’urna i tanti che la pensavano come lei hanno affossato la questione, ma il dibattito riprenderà tra qualche giorno al senato, dove i numeri sono assai incerti, e chissà come andrà a finire. 
Nel frattempo, Renzi  spera di mettere in discussione i temi del lavoro, che resta fino a prova contraria il principale problema di un paese allo stremo, con livelli record di disoccupazione, soprattutto tra i giovani. Come volevasi dimostrare, anche in questa partita il principale avversario del presidente del consiglio sembra essere la CGIL, il sindacato che storicamente dovrebbe essergli più vicino. Ancora non è dato sapere che cosa proporrà Renzi nel suo jobs act, che tipo di intervento vorrebbe fare sul cuneo fiscale, come vorrebbe riformare i contratti e la cassa integrazione, ma già Susanna Camusso alza le barricate minacciando uno sciopero preventivo. Un modo di procedere davvero singolare, che si spiega soltanto con la voglia di rimettere quel discolo del neo presidente del consiglio al suo posto, nei ben collaudati binari di una concertazione che sulla carta è una ottima cosa, ma nella pratica si dimentica un po’ troppo spesso dei non garantiti.
E che dire della crisi ucraina? Non ha fatto male Renzi, evitando di schierare l’Italia tra i falchi decisi ad appoggiare a scatola chiusa il nuovo governo nazionalista ucraino, infarcito di neonazisti e antisemiti. Se non altro, non si è ciecamente accodato alle posizioni pro Kiev degli Stati Uniti, ben riassunte  dalla celebre frase dell’ex portavoce del dipartimento di stato Victoria Nuland , “quanto all’Europa, vada a farsi fottere”.  Come volevasi dimostrare, le contestazioni al suo difficile tentativo di mantenersi in  equilibrio tra Mosca e Kiev sono arrivate da sinistra. 
E la destra? Che fa in tutto questo la destra? Tace, aspetta, e spera di guadagnarci.  Cosa che molto probabilmente accadrà. Anche in questo caso, come volevasi dimostrare.

Per quello che vale

Voglio un partito, anzi una rappresentanza. 
Ho guardato con grande interesse alla sinistra del PD, dove un gruppo di eminenti intellettuali, constatata la manifesta incapacità dei gruppi e dei gruppuscoli che nel corso degli anni hanno in vario modo tentato di proporre idee  alternative di società e di stato, ha preso l’iniziativa di  lanciare anche in Italia, in vista delle elezioni europee, una lista ispirata a Alexis Tsipras, il giovane leader che ha saputo rivitalizzare la sinistra greca, e si candida a governare il suo paese. Non per fare di lui l’ennesimo simbolo di una sinistra disorientata – hanno spiegato Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Luciano Gallino, Marco Revelli, Paolo Flores D’Arcais e Guido Viale – ma per superare gli steccati e le divisioni del passato, e avviare una seria riflessione sul futuro di un’Europa dove i poteri forti, nel nome dei vincoli di bilancio,  stanno distruggendo la giustizia, lo stato sociale e la democrazia. 
Una idea bella e, almeno per quello che mi riguarda, del tutto condivisibile. Che adesso però mi sembra destinata a scontrarsi  con la dura realtà. Tutti i gruppi e i gruppuscoli che i firmatari dell’appello hanno vanamente cercato di tenere lontani dal progetto, lungi dal fare  il richiesto passo indietro, si sono infatti messi alacremente al lavoro per impadronirsene, e quindi per portarlo a sicuro fallimento. I giornali sono pieni delle loro roboanti dichiarazioni di amore “per una esperienza collettiva molto più bella e più grande di noi”.  
Io ho visto questi campioni della sinistra all’opera qualche giorno fa in una affollata riunione torinese, dove quelli che erano  arrivati per discutere e capire hanno dovuto fare i conti con le falangi organizzate di chi era lì per marcare il territorio e aveva già fatto in precedenza tutto il necessario per garantirsi l’agognata rappresentanza. E mentre sul palco si esibivano in interventi di tre minuti gli stessi attori già visti in tante altre occasioni, dalla compagna femminista al compagno ambientalista, passando per gli studenti e gli operai uniti nella lotta e per gli eroici valligiani disposti a tutto pur di fermare il treno dell’Europa, mi chiedevo perché mai ero stato invitato a partecipare, visto  che tutti si limitavano a sostenere le proprie posizioni senza neppure ascoltare quelle altrui, e che di candidature era vietato parlare perché i termini per presentarle erano stranamente scaduti mezz’ora prima. Poi l’ho capito. Poiché sarebbe serviva la solita grande mobilitazione per raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle liste, un contributo militante ai banchetti sarebbe stato bene accetto. Volevo per cortesia lasciare nome, cognome e mail agli organizzatori? Così ho compitamente ringraziato, e,  insieme a molti altri, ho deciso tornarmene a casa,  sospendendo  il giudizio in attesa di conoscere quelle benedette candidature.
Sono ancora qui che aspetto. Ieri i giornali hanno annunciato che in alcune circoscrizioni sarebbero comparsi in testa di lista i nomi di Barbara Spinelli, Moni Ovadia, Adriano Prosperi e Andrea Camilleri. Poco fa il nome di Camilleri è stato smentito. Ma soprattutto è stato specificato che in ogni caso, se eletti, questi prestigiosi personaggi avrebbero ceduto il loro seggio ad altri, più adatti di loro a rappresentare l’Italia in Europa. Apparentemente un nobile intendimento, in realtà una truffa organizzata, a meno che qualcuno mi sappia spiegare in modo convincente dove stia la differenza con altri deprecabili personaggi della nostra storia recente, presenti in tutte le teste di lista possibili e immaginabili all’unico scopo di raccattare voti per i loro partiti.
Stando così le cose, la lista Tsipras dovrà fare a meno non soltanto del mio contributo ai banchetti per la raccolta delle firme,  ma anche del mio voto. Per quello che vale.

Tsipras e dintorni

Ho firmato l’appello di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli e Guido Viale per una  lista Tsipras alle prossime elezioni europee, e questo mi ha dato il diritto di partecipare alla consultazione on line per la scelta del nome e del simbolo della lista. Per la cronaca, ho votato per  “cambiamo l’Europa con Tsipras”, ma non ne farò un dramma se alla fine prevarranno altre soluzioni. 
Invece, mi hanno veramente infastidito le mail che stanno arrivando in queste ore dai resti del  rissoso arcipelago della sinistra a sinistra del PD, che invitano militanti e amici a partecipare alla consultazione per imporre l’una o l’altra delle soluzioni. Una mobilitazione vecchio stile, che fa a pugni con lo spirito dell’appello e rischia di condannare la lista alla triste e ingloriosa fine di tutto quello che nel corso di questi ultimi anni è stato proposto dai vari Bertinotti, Ferrero, Vendola e Rizzo, fino all’ultimo arrivato, ma non per questo meno deleterio,  Ingroia. 
Tutto hanno perso questi signori, a parte la voglia di esserci e di dirigere, che hanno in comune con i disprezzati colleghi degli altri  schieramenti. E’ quella che li mantiene politicamente in vita, a dispetto delle continue catastrofi elettorali e dei sondaggi disastrosi. Ed è quella che rischia di affondare, insieme a loro, anche la tenue speranza che dalla lista Tsipras nasca anche qui in Italia una idea nuova di Europa e di sinistra.
Della necessità di questa nuova sinistra sono assolutamente convinto. Non si potrà andare avanti a lungo continuando a puntare su uno sviluppo fine a se stesso, alimentato da una folle spirale consumistica in  un mondo dalle risorse finite e sovrappopolato, un mondo dove le continue crisi dimostrano che stanno per venire  al pettine i nodi di un sistema finanziario che drena ricchezza anziché produrla. E prima o poi anche una popolazione coscientemente resa cieca e stupida da un sistema dei media asservito al potere  si renderà conto di quanto siano inique l’attuale distribuzione dei redditi e la sistematica distruzione dello stato sociale. Ma sono anche convinto che questa nuova sinistra debba nascere con uomini e donne non compromessi con le fallimentari esperienze del passato. 
I vecchi leader hanno perso il treno della storia. Si sono dimostrati incapaci di proporre alternative credibili, e non sono neppure stati in grado di intercettare il disagio sociale, che oggi è variamente interpretato da gruppi e movimenti ai confini della legalità, e pericolosi per la democrazia. Semplicemente non sono più credibili. Dunque, per cortesia, tolgano il disturbo. 


Un mare di ipocrisia


Facciamo un passo indietro. Aprile 2008. Berlusconi vince le elezioni e si appresta a varare il governo. Due dei suoi si svegliano la mattina, e dichiarano che non lo voteranno mai, a meno che…

Riuscite a immaginarlo? Io no. Eppure è quello che sta capitando in queste ore nel PD, con Civati e Casson. Che avranno le loro ragioni, anche condivisibili, ma dovrebbero capire che per il momento sarebbe il caso di accantonarle. Come si insegnava nella scuola di partito delle Frattocchie, dove chi c’é stato ricorda lunghe e appassionate discussioni,  ma soltanto fino al momento della decisione finale. Da quel momento tutti zitti e pedalare. 
Me ne rendo conto. Qualcuno potrebbe obiettare che il confronto è il sale della democrazia, e che queste cose potevano accadere soltanto perché il vecchio PCI non si era mai del tutto liberato dai metodi stalinisti che tanti lutti hanno provocato al mondo. Me ne rendo conto, ma non sono d’accordo. Stalin è morto da più di mezzo secolo, e il vecchio PCI è scomparso per sempre. Ma il PD dovrebbe una volta per tutte porsi il problema delle sue regole interne, tanto più essenziali perché in questo partito convivono anime molto diverse, che non sono soltanto quelle di antica derivazione democristiana e comunista. Ci sono liberisti e statalisti, pacifisti e guerrafondai, laici e cattolici, omosessuali e omofobi, tecnocrati e ambientalisti, pro TAV e anti TAV.  Ed è bene che sia così, perché il PD sarà pure pieno di difetti, ma è  pur sempre il più grande partito della sinistra italiana, con cui tutti, anche i più critici, devono fare i conti. 
A un certo punto, però, si deve smettere di discutere, e si deve raggiungere l’obiettivo, individuato dalla direzione del partito a larghissima maggioranza: 136 sì e 16 no hanno detto  che Letta se ne doveva andare a casa, e che a Renzi, segretario scelto in primarie dove votarono oltre tre milioni di persone, spettava l’incarico di formare il nuovo governo.
A questo proposito, vorrei ricordare alle troppe anime belle che attaccano Renzi per non essere passato attraverso la strada maestra delle elezioni, che l’Italia è una repubblica parlamentare, dove nessun presidente del consiglio – neppure Prodi e Berlusconi che avevano il nome stampato sulla scheda – viene eletto dal popolo. E’ il presidente della repubblica a individuare un nome dopo una serie di consultazioni, e a proporlo al parlamento per la fiducia, che può anche non arrivare.  E’ stato così per De Gasperi, e, più vicino a noi, per Letta, Monti, Amato, D\’Alema, Dini, De Mita, Goria, Fanfani, e Craxi. Il presidente della repubblica Napolitano non è nella lista dei miei presidenti preferiti.  Posso anche non condivider le sue ragioni quando dice che le elezioni sarebbero una sciocchezza, ma le capisco, e sono costituzionalmente ineccepibili.  
Per tornare a Civati e Casson, io credo che alla fine si adegueranno e daranno la loro fiducia a Renzi, perché mi ostino a pensare che conservino quel barlume di cervello che a suo tempo mancò ai Bertinotti, ai Rossi e ai Turigliatto. Proprio per questo, però, li inviterei a darsi una calmata, riservando le loro legittime critiche all’azione di governo del futuro presidente del consiglio. Prima della sua  elezione sanno troppo di polemica strumentale, di una azione finalizzata ad ottenere qualcosa. Insomma, di un’altra goccia nel mare della italica ipocrisia.

Non si può avere tutto

Alla fine Renzi ha avuto la testa di Letta, il bravo soldatino mandato a combattere in prima linea dall’Europa delle banche, ma non le elezioni, che il nostro presidente della repubblica considera una “sciocchezza” di cui è inutile perfino parlare. E poiché il ragazzo è piuttosto sveglio, si è rimangiato un po’ delle promesse che avevano accompagnato la sua irresistibile ascesa, ed è venuto a patti, ottenendo la presidenza del consiglio in cambio della garanzia di una legislatura durevole. Quanto? Almeno nelle sue intenzioni fino alla scadenza naturale del  2018, sufficientemente lontana da consentirgli un tentativo di riforma della macchina statale sull’orlo del disfacimento.
Non sarà elegantissimo, ma è comprensibile. Se da una parte c’e’ Renzi, consapevole del fatto che altri mesi di coesistenza con Letta avrebbero logorato la sua immagine di uomo del fare, dall’altra ci sono centinaia di parlamentari, di tutti i partiti, che vedono come il fumo negli occhi la fine anticipata della legislatura.  Una legislatura che per la maggior parte degli italiani è nata male e proseguita peggio, ma per loro significa anche stipendio, potere e luci della ribalta. E dunque, perché andarsene prima del tempo? Come diceva il principe di Talleyrand  ai diplomatici francesi, “soprattutto, niente zelo”.
E’ per questo fondamentale motivo che, al netto di tutte le prevedibili schermaglie,  il governo Renzi avrà la fiducia delle camere, con una maggioranza più consistente di quella disponibile sulla carta. Un po’ come è accaduto poche ore fa nella direzione del PD, dove la relazione del segretario è stata votata in modo quasi plebiscitario,  e il povero Letta, assente per scelta, ha scoperto di aver perso quasi tutti gli amici.
Il difficile per Renzi, però, arriverà tra poche settimane, quando le reciproche convenienze verranno meno e sul tappeto resteranno, insieme agli irrisolti problemi del Paese, le pressioni delle lobby e gli appetiti individuali che hanno caratterizzato la nostra vita pubblica in questi ultimi anni. Allora l’abilità dialettica del sindaco di Firenze e la sua indubbia capacità di capire gli umori degli italiani potrebbero non essere sufficienti, e la sua proposta riformista, per la verità piuttosto confusa e  non fondata su una solida base sociale di riferimento, potrebbe schiantarsi contro il muro bipartisan di chi non vuole il cambiamento. Il calendario, da questo punto di vista, è impietoso: saranno le urne delle elezioni europee, e non le chiacchiere in libertà dei salotti televisivi, a decidere. 
Molti, soprattutto  a sinistra, non amano Renzi e non ne apprezzano né lo stile, né le idee. La  tentazione di dire che il suo fallimento  potrebbe anche non essere un male è piuttosto forte. Ma il ghigno di Grillo e il silicone delle figlie di Berlusconi sono lì, appena dietro l’angolo, per ricordarci che non si può sempre avere tutto dalla vita.

Quando c\’erano le preferenze

Questa storia della riforma della legge elettorale rischia di finire come tutte le altre che hanno a che fare con i bizantinismi della nostra politica. E cioè in vacca. 
Eppure non si era partiti male. L’incontro tra Renzi e Berlusconi può essere criticato da molti punti di vista, ma non si può negare che fosse l’incontro tra due dei tre politici che oggi in Italia godono dei maggiori consensi. E poiché  il  terzo, Grillo, si è ritirato dalla partita pensando di poterne giocare una tutto da solo, sarebbe stato lecito attendersi che della proposta uscita dall’incontro si prendesse atto, e la si mettesse ai voti, come dovrebbe essere la norma in un paese democratico. 
Invece no. All’improvviso, dopo mesi di sovrana indifferenza per l’argomento, tutti, dal presidente del consiglio in carica all’ultimo consigliere di circoscrizione, si sono sentiti in dovere di intervenire, proporre, emendare, blandire e minacciare. Ne abbiamo sentite di tutti i colori, con critiche incrociate sulle dimensioni dei collegi, le soglie di sbarramento, il premio di maggioranza, il ballottaggio.  E’ perfino spuntata una non meglio precisata norma “salva Lega” di cui nessuno, a parte Salvini, sentiva la mancanza.  Ma il tema che più ha appassionato la sinistra è stato quello delle liste bloccate, viste come un gravissimo vulnus al diritto dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti. Io non sono d’accordo, e sono anzi piuttosto infastidito da tutta questa agitazione, che mi sembra abbia l’unico  scopo di  rimettere in discussione la leadership di Renzi sul partito democratico, costringendolo a venire a patti con gli sconfitti delle primarie.  
Chi è abbastanza vecchio da ricordarsi le elezioni con le preferenze si ricorderà anche gli ingegnosi trucchetti che consentivano ai capi bastone un ferreo controllo sulla distribuzione dei voti. Un esempio per tutti? Basta far sparire dal seggio una scheda non votata – cosa molto semplice se nel seggio c’e’ uno scrutatore amico – e compilarla con la preferenza “giusta”. All’elettore che accetta di vendere il voto viene consegnata la scheda già votata. Lui si presenta al seggio, ritira una scheda in bianco, ma se la mette in tasca e infila nell’urna quella compilata. Fuori dal seggio consegna la scheda in bianco, e riceve il compenso pattuito. Dopodiché, avanti il prossimo. 
Trucchetti a parte, le preferenze avevano – e hanno – un grave difetto: favoriscono i candidati molto ricchi, e quindi in grado di conquistarsi una notorietà con faraoniche campagne elettorali, oppure quelli già noti per altri motivi, come i parlamentari uscenti o i personaggi della televisione. L’esempio della pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina, che nel 1987 entrò trionfalmente in parlamento con oltre 20 mila preferenze, dovrebbe fare riflettere, anche se per la verità la signora dimostrò di avere più cervello di molti suoi colleghi conducendo alcune meritevoli campagne in difesa dell’ambiente e dei diritti civili. 
Infine, gli accaniti difensori delle preferenze tendono a dimenticare la lapalissiana verità che la loro reintroduzione lascerebbe comunque alle segreterie di partito l’enorme potere di decidere la composizione delle liste, e l’ordine delle candidature sulla scheda.  Per escludere le menti più brillanti – che di solito sono anche quelle più indipendenti –  basta non candidarle, o inserirle negli ultimi posti della lista.  O, se proprio non si vuole perdere la faccia davanti agli elettori, candidarle in collegi senza speranza. Tutti metodi  di  infallibile efficacia, come è stato abbondantemente dimostrato quando le preferenze c’erano, e la sinistra non le voleva.

Il presidente che vorrei

In attesa di sapere che cosa si diranno oggi pomeriggio Renzi e Berlusconi, se dopo questo incontro Letta deciderà di togliere il disturbo, e se il presidente Napolitano ci permetterà finalmente di tornare alle urne per scegliere un governo, non importa di quale colore, mi sono imbattuto in rete in questo meraviglioso discorso. E mi sono reso conto della drammatica inadeguatezza dei nostri politici, troppo impegnati a giustificare i loro inconcludenti balletti per dare uno sguardo al mondo e ai suoi problemi. 

Già immagino le obiezioni. Quella di Pepe Mujica è una utopia. Può permettersi di parlare così perché l\’Uruguay è un piccolo paese. E\’ certamente un buon oratore, ma un conto sono le parole, un conto i fatti. Smettiamola di farci affascinare da falsi miti, anche Mujica ha le sue colpe, perché non fa nulla contro gli OGM, e piace all\’Economist perché favorisce gli investimenti stranieri nel paese…
Può darsi. Forse siamo troppo abituati ai nostri Iphone per pensare di poter fare un passo indietro. Forse non siamo costituzionalmente capaci di pensare in modo razionale al futuro della società, e saremo sempre disposti a sacrificarlo sull\’altare degli interessi personali e immediati, senza neppure renderci conto che molti di questi interessi sono in realtà indotti. Ma la cosa davvero singolare è che degli argomenti sollevati da Mujica nel suo discorso, qui in Italia, discutano in pochi, e che tra quei pochi non vi sia quasi nessun politico. 
Perché? Tra le tante risposte possibili, me ne sono data una che fa riferimento ai meccanismi di selezione della nostra classe politica. Guardiamo alla biografia di Mujica, un passato di guerrigliero contro la dittatura che governava il suo paese, ferite in combattimento, quattordici anni di prigione in un feroce isolamento, e continue minacce di fucilazione. Poi l\’amnistia, i primi passi in politica, la presidenza della repubblica e una vita frugale, con uno stipendio autoridotto di 1500 dollari al mese \”perché – ha spiegato – la maggior parte dei miei concittadini vive con molto meno\”.  Comunque la si voglia giudicare, una vita piena, la vita di un uomo che ha un ideale e ha pagato prezzi altissimi per difenderlo. Possiamo confrontarla con quella dei nostri politici, molti dei quali – ci tengo a dirlo – sono ottime persone, ma si trovano a operare in un sistema dove il conformismo e la fedeltà al leader aiutano più della libertà di pensiero? Abbiamo avuto molti anni di democrazia e di pace, quest\’ultima peraltro relativa viste le troppe missioni \”umanitarie\” in cui ci siamo impegnati. Possiamo esprimere liberamente le nostre idee e a differenza dei nostri nonni non rischiamo nulla per difenderle. Però paghiamo il prezzo della trasformazione della politica in un mestiere come tutti gli altri, soggetto a scatti di carriera, regole e codici di comportamento poco conciliabili con la passione e la voglia di cambiare. Il guaio è che il cambiamento, in questo mondo globalizzato, non è una speranza di pochi, ma una necessità di tutti. 

Sipario

Dai giornali di questi giorni. Renzi e Letta litigano di santa ragione. Grillo e Berlusconi, come al solito, sproloquiano. Il governatore Cota resta in mutande verdi dopo la sentenza del TAR che manda il Piemonte a nuove elezioni, mentre la signora Di Girolamo, attualmente ministro,  annuncia che chiarirà in aula  perché  era così decisa a intervenire su nomine e appalti delle ASL di Benevento. Forse pensa che i suoi colleghi saranno più comprensivi di noi. La magistratura si prepara a chiudere una volta per tutte la vergognosa vicenda della banda Stamina.  All’estero, Hollande si destreggia tra la compagna e l’amante, in un goffo tentativo di imitare Mitterand. La marijuana diventa legale, e in Medio Oriente le autobomba continuano a uccidere. Aggiungiamoci le banche centrali riunite a Basilea per prendere qualche altra decisione nel segno del rigore e dell’ingiustizia sociale, e il quadro è quasi completo.  
Quasi. Perché sulle prime pagine della maggior parte dei giornali non ho trovato una  notizia che mi ha molto colpito. L’orchestra Mozart di Bologna sospende l’attività. Claudio Abbado, forse  il più grande direttore d’orchestra del mondo, sicuramente quello più capace di incarnare l’universale messaggio di speranza che ci viene dalla musica, è anziano e malato. Non salirà più sul podio del gioiello che ha creato nel 2004, fedele alla sua idea di una musica fatta dai giovani e per i giovani, una musica dove il virtuosismo tecnico è indissolubilmente legato alla passione civile, al  rigore e alla capacità di coinvolgere. 
Per suonare sotto la direzione di Abbado erano arrivati a Bologna molti talenti emergenti e affermati solisti, uniti dalla sua carismatica personalità. Isabelle Faust, dopo aver inciso con lui e la Mozart una meravigliosa versione dei concerti per violino di Berg e Beethoven, ha spiegato in poche righe il debito che ha nei suoi confronti. “Lavorare con Claudio Abbado – scrive nel libretto del CD registrato con Harmonia Mundi – è una fortuna infinita, una vera rivelazione della magia della musica. Voglio esprimergli qui tutta la mia gratitudine per la fiducia che mi ha accordato, e tutta la mia ammirazione per la sua arte”.
L’Italia, che pure ha onorato Abbado con la nomina a senatore a vita, non ha trovato un modo per salvare la sua orchestra, alle prese con i problemi economici  comuni a molte altre istituzioni musicali, la mancanza di finanziamenti pubblici e privati, e l’annullamento di molti appuntamenti di prestigio in Italia e all’estero dopo l’annuncio dell’abbandono. 

Resta un’infinita tristezza, molta rabbia per la cecità della nostra politica culturale, e il ricordo di quello che gli appassionati hanno ricevuto in questi 10 anni  da Abbado e dalla sua orchestra. Eccoli mentre suonano al festival di Salisburgo del 2012. In programma Schubert e, naturalmente, Mozart.

Tre dubbi su Fiat Chrysler

Fiat Chrysler, fusione e nome nuovo. Lo annuncia Marchionne, e le grida di giubilo di giornali e televisioni oscurano le  voci preoccupate di chi guarda ai conti,  bocciati senza appello da Moody’s e criticati da Standard & Poor’s, che consiglia agli investitori non speculativi di tenersi alla larga dal gruppo.  Poco spazio ha anche chi si chiede che cosa resterà in Italia, e in particolare a Torino, di un’azienda che, sempre secondo Marchionne, andrà in borsa a New York, dove ci sono i soldi e un accesso più facile ai capitali. Lasciandoci in eredità, oltre  ad alcuni “capannoni fantasma dove squadre di operai preparano nuovi modelli”, qualche stabilimento fortemente ridimensionato, con l’obiettivo dichiarato di abbandonare il “mass market” e di puntare sulla qualità.
Non entro nel merito. Ma in attesa che il ricco mercato degli amanti del lusso abbandoni Mercedes e BMW per i nuovi modelli di Marchionne, mi piacerebbe che qualcuno mi chiarisse tre dubbi. 
Il primo. Come è possibile conciliare l’abbandono del “mass market” con la difesa dell’occupazione, visto che per costruire auto di lusso non servono decine di migliaia di operai? Per fare un esempio, la Ferrari vende circa 7000 macchine all’anno, e ha meno di 3000 dipendenti. 
Il secondo. Fiat e Chrysler sono già indebitate fino al collo. Secondo il presidente della commissione industria del senato  Massimo Mucchetti, che prima di diventare senatore era uno dei giornalisti economici più preparati, il gruppo nel suo complesso ha 28 miliardi di dollari di debiti e 17 di liquidità.  Nel 2012 la sola Chrysler ha pagato 1,2 miliardi di oneri finanziari.  Fiat dovrà versare al Veba Trust, il fondo sanitario dei dipendenti Chrysler che le ha ceduto il 41 per cento della società in suo possesso, 3,65 miliardi di dollari, più 700 diluiti in quattro anni. Dunque Marchionne dovrà trovare altri soldi. Dove? In che forma? Lui ha escluso un nuovo aumento di capitale, che sarebbe a carico dei soci. Ma anche un convertendo, termine tecnico che nasconde nuovi debiti garantiti dalle azioni della società, non è una soluzione indolore. Anche perché i titoli Fiat sono considerati poco più che spazzatura, e chi si trova in una condizione di questo tipo può ottenere credito soltanto al prezzo di interessi altissimi.
Il terzo dubbio è di carattere generale, e riguarda l’atteggiamento di incomprensibile sudditanza psicologica che la politica e i media  italiani hanno nei confronti di Marchionne.  Abilissimo manager, nessuno lo mette in dubbio, e i primi ad essere soddisfatti di lui sono i soci Fiat, che avevano seriamente rischiato di perdere l’azienda e oggi si trovano a controllare un gruppo in grado di competere sul mercato globale dell’auto. Ma gli ultimi anni, con la chiusura degli stabilimenti, la cassa integrazione pagata dalla collettività e le promesse mai mantenute di nuovi investimenti, hanno dimostrato che l’interesse dei soci Fiat non coincide con  l’interesse dell’Italia. Non piacerà a chi è rimasto legato alla vecchia e superata idea della Fiat come bandiera del paese, ma è comprensibile. Purtroppo, però, gli italiani non lo sanno perché nessuno glielo racconta.